16 agosto 2016

CORPO e sport di oggi. Altro che cultura classica: gli atleti sembrano disarmonici.

Siete degli esteti? Allora è meglio che non assistiate alle gare delle Olimpiadi in modo troppo critico. Se davvero lo sport di oggi, è ormai solo spettacolo, che spettacolo è quello di un’èlite super-selezionata, che allo spettatore appare stranamente goffa e sgraziata, quasi deformata dall’eccesso di esercizio fisico e dalla competizione agonistica più dura? Ma non si era detto che lo sport, l’atletica, le Olimpiadi, sono l’inno al rigoglio fisico della migliore gioventù e, in particolare, queste ultime, il mito realizzato del dilettantismo più puro e disinteressato?
      Macché. Certo, ci sono atleti giovanissimi che esplodono all’improvviso nelle Università e fanno un’apparizione effimera, per poi tornare nel magma indistinto della folla da cui provengono. Ma si sono visti anche atleti pateticamente attempati, che perdono capelli, incanutiscono e invecchiano anzitempo a forza di calcare le piste, come vecchi attori, esperti, sì, ma spompati, finendo per gareggiare anche per quattro Olimpiadi di seguito, cioè per quasi 20 anni. Una continuità e un impegno che ricordano tanto il professionismo. Ma questo è un altro discorso.
      E allora,, quei segni evidenti di degrado fisico che osserviamo con stupore in televisione vogliono dire che gli atleti olimpici vengono scelti dal Caso tra il popolo, su cui hanno inciso abitudini e stili di vita sbagliati, oppure sono già segni di “malattia professionale”, effetti collaterali dello stress del professionista? Insomma, troppo poco o troppo sport?
      Sarò condizionato dalla cultura classica del corpo che – colpa dei Greci, per lo più piccoli e bruttini – ha abbellito in modo esagerato e innaturale fino a idealizzarlo il corpo degli Dei e degli Eroi, per dimostrare vera l’identità filosofica tra il kalòs (bello, armonioso) e l’agathòs (buono, valoroso); però, lasciatemelo dire, quanti corpi sproporzionati si sono visti alle ultime Olimpiadi!
      Lo so che è lessicalmente e filosoficamente scorretto pensare e dire queste cose, in certi casi addirittura vietato, proprio in quell’Occidente pseudo-liberale che si permette di insegnare la libertà al Mondo, mentre non mostra di apprezzare o addirittura tollerare né lo spirito critico, né la satira. Come sa bene Giuseppe Tassi, direttore del Quotidiano Sportivo, licenziato dal proprietario Riffeser per aver dato, e pure affettuosamente, delle “cicciottelle” ad alcune arciere italiane.
      Ma appunto per questo sottolineo con forza il diritto di dire la propria opinione anche in fatto di estetica, e comunque il diritto a usare le parole più chiare e dirette tramandateci dalla nostra grande letteratura - nel massimo rispetto delle persone, s'intende - senza essere costretti all'ipocrisia dei giri di parole o neologismi, o senza essere condannati alla censura.
      Ma purtroppo oggi tutti si vergognano di tutto, e soprattutto non amano essere definiti. Una curiosa pruderie piccolo-borghese per cui l'antico spazzino deve essere chiamato "operatore ecologico", l'antica serva dapprima è diventata "cameriera", poi "collaboratrice domestica", e lo zoppo o sciancato di Shakespeare, Ovidio e Boccaccio è stato trasformato prima in handicappato, poi in"disabile", ora ancor più ipocritamente in "diversamente abile".
      Figuriamoci se a uno dai in pubblico e per iscritto del "ciccione", sia pure bonariamente: il suo avvocato lo spingerà a querelarti! Le parole, per chi è ignorante, non hanno o hanno perso la loro antica dignità letteraria. Oggi per i molti incolti della società di massa, su cui si fonda la finzione rituale della Democrazia, le definizioni, non parliamo poi dei giudizi di valore, delle gerarchie estetiche, della stessa critica, sono diventate tabù. Del diritto di parola e della libertà di espressione (che mette tutti sullo stesso piano: tutti possono replicare con altrettali parole) non sanno che farsene. L'unica preoccupazione è l’esigenza populistica ed “elettoralistica” (i lettori sono anche elettori) di non urtare la suscettibilità di nessuno, anche se infondata perché non c'era nessuna volontà di offendere.
      Perciò, non si può dire che molti atleti moderni sono "brutti", ma al massimo e solo eventualmente, a parere personale, comparati con i modelli estetici delle statue antiche, disarmonici, muscolarmente sbilanciati.
      Eppure certe immagini parlano da sole, Signori Giudici, di vero e proprio sovrappeso, perfino di obesità: basta avere gli occhi per guardare! E la Storia dello sport parla: ci sono stati perfino portieri di calcio pesanti ben 130 chilogrammi.
      Eppure, rendendo ancora più ipocrita l’idealizzazione scultorea dei Greci, che almeno era soltanto etico-estetica, anche i moderni mistificatori pretendono che gli Eroi, gli Dei di oggi (e che altro sono gli atleti vincitori?) siano dipinti non come sono in realtà, come appaiono a tutti, visto che le fotografie si diffondono dappertutto via web, ma come sono stati idealizzati dalla pubblicità, dal mercato, dalle squadre e dagli allenatori. A scopo di lucro, s’intende, cioè di obnubilamento collettivo, perché gli atleti, specie quelli che vincono, devono apparire sovrumani in tutto, anche nella bellezza, se vogliamo che il sistema consumistico che investe miliardi di euro ogni anno su questi nuovi Miti religiosi che hanno preso il posto delle Religioni rivelate (solo in Occidente, purtroppo...) continui a funzionare e a produrre profitti inutili e parassitari, dietro cui non c’è nessun bene concreto.
     Ma noi, sarà per il nostro pericoloso estetismo naturalistico, per la passione per i canoni di bellezza e armonia delle proporzioni che tra Antichità greco-romana e Rinascimento sono stati valori eccelsi della grande civiltà dell’Occidente; ma anche per l’ammirazione della naturalità del corpo umano in sé, che se lasciato a se stesso, cioè alla Natura dell’Uomo, è sempre bello (ideologia che ci fece scrivere da giovani una “Guida al Nudo”, come un baedecker alla riscoperta della nostra corporeità nascosta e umiliata dalle Chiese e dall’ottusità psicopatologica di alcuni Umani), continueremo a far notare la stridente contraddizione che pochi notano, e nessuno denuncia.
      Gli Eroi e Dei di oggi, cioè gli atleti vincitori, sono fintamente, scandalosamente idealizzati nelle forme, proprio come nelle statue dell’arte classica. Ma mentre gli scultori greci e romani, perfino l’ultimo copista, riuscivano a dimostrare visivamente la bellezza e armonia della loro ricostruzione idealizzata di popoli tozzi, brutti e contadini, rotti a tutte le fatiche agricole, pastorali e militari, creando almeno delle opere d’arte eccelse del tutto avulse dalla realtà antropologica, ma appunto per questo eterne, i mistificatori degli eroi d’oggi (gli atleti) non creano nulla, ma si limitano a vietare che qualcuno dica che in una folla di semi-dei prefabbricati, tutti perfetti, tutti uguali, tutti artificialmente “belli”, sono numerosi i casi in cui davvero “il Re è nudo”, cioè brutto, sgraziato, deforme, goffo, troppo magro, perfino troppo grasso. Vizi imbarazzanti perfino per anonimi passanti in una qualsiasi città moderna, figuriamoci per la “elite del genere umano”, come viene considerata in modo enfatico dall’immaginario collettivo, specialmente giornalistico-giovanile, il mondo dello sport.
      La realtà, anche qui, è diversa: accanto a corpi eumorfici, anche se spesso anonimi, perfino nel mondo degli atleti, da quando esiste documentazione fotografica, una consistente percentuale è davvero disarmonica in confronto alle testimonianze di bellezza e armonia lasciateci dagli artisti del passato (v. foto di confronto). E lasciamo stare le facce, che pure sarebbero un divertente capitolo a sé, ma proprio nello sviluppo e nella proporzione di arti e muscoli su cui dovrebbe basarsi la stessa attività sportiva. Colpa di fattori genetici d’una ancora troppo recente civiltà contadina (e cioè paradossalmente poco sport e poca vita sana nelle ultime generazioni), oppure troppo sport (p.es. allenamenti esagerati e inumani fin dalla prima adolescenza, tali da deviare perfino lo sviluppo somatico)? Probabilmente non sarà né per l’uno né per l’altro.
      Allarma anche nello sport, specialmente in quello dilettantistico, questa divaricazione tra l’essere e il sembrare che è comune in tutte le attività, dalla politica alla cultura. Sembrava che almeno nell’esercizio fisico il corpo umano dicesse di primo acchito la verità, tutta la verità. Ma così non è. Cosicché alcuni sportivi, a guardarli o “non hanno il fisico” o ce l’hanno fin troppo: deformato, ridicolo. Pochi in proporzione, è vero, ma è una percentuale (5-10-20%?) che allarma. Neanche più dello sport ci si può fidare se si guarda alla bellezza, all’armonioso sviluppo del corpo.
      Fatto sta che certe gare non sono proprio un bel vedere. Galli da combattimento, tori da corrida, comunque animali d’allevamento dalle forme spesso sgraziate. O sembrano gobbi e curvi sotto il peso di abnormi muscoli delle spalle come certi nuotatori, oppure magrissimi e tutti tendini come fondisti e maratoneti (ecco perché gli Etiopici si trovano a loro agio), o altrimenti grotteschi perché gonfi di pettorali, bicipiti o quadricipiti. Ma altri, e non pochi, li prenderesti per gente qualunque, impiegati sedentari, pensionati-baby tutti poltrona-e-tv, già calvi o stempiati, insomma gente dall’aria anzianotta, per niente “sportiva”, a cui magari chi li incontra per caso senza sapere che sono Olimpionici consiglierebbe di «fare almeno un po’ di moto, se proprio non ce la fanno con lo sport», ma soprattutto di «stare a dieta per un paio d’anni»!
      Fatto sta che una semplice carrellata a caso tra le immagini reperibili sui giornali e su internet ci mostra un grado meravigliosamente alto di variabilità e diversità somatiche dei nuovi semi-dei che sono gli atleti, in totale discontinuità con l’idealizzazione della statuaria greco-romana.
     Atleti di ieri e di oggi scelti a caso, le cui immagini si trovano su internet, ai quali, sia ben chiaro, deve andare tutto il nostro e l’altrui rispetto, e perfino amore, sì, perché rappresentano quella piccola parte degli uomini che potrebbe vivere senza fatica come tutti, e invece pur di raggiungere l’ideale dell’eccellenza cerca nell’esercizio fisico, nell’intelligenza del corpo, nel superamento del dolore, il riscatto di una triste umanità pigra e sedentaria, indifferente a qualunque merito.

AGGIORNATO IL 17 AGOSTO 2016

25 luglio 2016

L’ABC del polemista. Come sparlare proprio di tutti senza essere querelati.

Chi dei due nella foto accanto è il più scemo? Ammettetelo, tutti direste quello a sinistra. In base a una vulgata fisiognomica irresistibile quanto infondata, perché sull’aspetto di un viso agiscono elementi complessi e imponderabili come genetica, dieta, stile di vita, raggi ultravioletti ecc.. E invece, pare che lo sia quello a destra, a parere di molti, compreso il signore a sinistra, che mi dicono essere un noto regista e opinionista americano, tale Moore; mentre l'altro è Trump, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America. Sempre per l'effetto ingannatorio delle foto, in questo caso di volta in volta amplificatoo dall’uso del parrucchino o dai capelli biondi tinti (non in questa foto, però). Anche la fisiognomica ha i suoi punti deboli.
      Be', questo Michael Moore, che i media Usa presentano come “vincitore di Oscar”, prima su Huffington Post (Usa) e ora in un articolo sull’italiano Huffington Post, per definire Trump (che secondo lui, purtroppo vincerà, le elezioni per la Presidenza, e sarà una catastrofe mondiale), usa parole gravissime e offensive come "miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio" e perfino "sociopatico" – disturbo della personalità tra anarchismo e asocialità – parole che io mi limiterei a pensare o al massimo direi solo tra amici fidati, ma mai oserei mai scrivere, perché dette in pubblico costituiscono reato. Ovunque e su qualsiasi mezzo: Facebook, internet, radio-tv, giornali, e perfino in un bar. Cautele eccessive? Non direi. Una corretta ecologia del linguaggio deve essere la base dell’etica o meglio del “diritto quotidiano” liberale, fondato sul rispetto formale assoluto. Infatti io che sono un polemista e critico nato, e quindi pungolo, critico, fustigo e sparlo di tutti su qualunque tema, dalla politica al jazz, dall'alimentazione al costume, però sempre fornendo prove e usando parole adatte, non ho mai avuto una querela.
      Basta conoscere bene la lingua e scegliere per le invettive più volgari le parole più raffinate e colte (tra l'altro divertendoti un mondo in questo esercizio acrobatico di eufemismo), ed ecco che, se anche qualche masochista ti querelasse, il giudice ammirato dalla tua competenza linguistica che aggira la legge, scenderebbe dalla cattedra a stringerti la mano, altro che condannarti!
      Dunque, questo Trump, se i giornalisti americani riferiscono il vero [cautela fondamentale in Diritto], sarebbe un personaggio circense [da circo, non è offensivo: nel circo ci sono gli artisti], un giocoliere della parola, che non si sa se [solita cautela] è o recita da cinico totale [dare invece del "cinico" tout court a uno è reato, secondo Cassazione], un attore puro, un istrione [si può dire: attore che ricorre a trucchi e facili effetti scenici: lo sono molti politici, lo era anche Pannella], uno che sembra ignorare tutto sia della Storia, sia degli obblighi nazionali e internazionali della Politica [ecco una bella frase al posto dell'insulto "ignorante"], forse uno che ha anche poche idee e confuse, ma, quel che è peggio, segue opportunisticamente le imbeccate della platea più becera e ottusa ["platea" è termine vago e generico: si può dire].
      Certo, bisogna studiare molto...:-) e ci vogliono molte più parole per evitare le querele!
      E questo Trump, che rischia davvero di diventare (e un brivido corre per la schiena) il prossimo Presidente del più importante Paese al Mondo? Ebbene, sì, avrei paura, ho paura, con un tipo del genere per quel ruolo. Mi sembra inadatto perfino per fare il Sindaco di un villaggio di montagna.
      E che dire, infine, di questa democrazia ottusa e populistica che ormai in tutto l’Occidente e nei pochi Paesi occidentalizzati d’Oriente (gli altri neanche hanno la democrazia e sono ancora al Medioevo dei Satrapi e Califfi) sceglie sempre i peggiori?  Non sarà il caso di riformarla alla luce della meritocrazia intellettuale e di sane regole liberali?
      Come? Per esempio con una selezione più severa delle candidature e delle presentazioni delle liste. Non possono continuare ad essere così aperte in teoria a chiunque, a qualsiasi cialtrone ignorante, a qualsiasi estremista irresponsabile. Vediamo che dappertutto questi personaggi inquietanti ottengono più voti, perché piaccio ai loro simili, cioè attirano il popolo più becero. Popolo ignorante e ottuso, si badi, che oggi può votare, mentre ieri, per esempio ai tempi delle Dichiarazioni d’Indipendenza tra Settecento e Ottocento, come anche dell’Unità d’Italia [che oggi non sarebbe più possibile, con questa Democrazia]. Perciò, è inutile ricorrere a giri di parole ipocriti: ci vogliono filtri, esami, un minimo di selezione preventiva, insomma regole ferree su Statuti e Programmi. 
      Per dirne una, se io – liberale doc – fossi stato Ministro dell’Interno, la presentazione alle elezioni del Movimento 5 Stelle e anche di altri Partiti sarebbe stata rigettata, per inesistenza di uno Statuto e di regole e prassi interne democratiche. Ed ecco che il fenomeno Grillo si sarebbe sciolto subito come neve al sole. E’ quello che darebbe bastato fare, se la classe politica pseudo-liberale prefascista di Facta e altri non fosse stata pessima (non basta essere imbelli, senza idee e senza la minima forza, per definirsi “liberali”), per evitare semplicemente, e senza troppe conseguenze, il Fascismo. Prevenire, anziché reprimere.
      Dopotutto si fanno esami severi per qualunque professione; perché non per la professione più delicata e importante di tutte, quella che maneggia i soldi, i destini, le vite di milioni di persone? E’ urgente la revisione della Democrazia.

AGGIORNATO IL 13 AGOSTO 2016

04 luglio 2016

LAND ART e stupidità di massa. La folla snob sul pontile di Christo sul lago d’Iseo.

E le migliaia di imbecilli che hanno fatto la fila, dopo aver addirittura viaggiato in auto o in treno, e perfino alloggiato in albergo e, ovviamente, aver affollato anche i locali ristoranti, per essere i primi a stare tutti insieme su un banale pontile gallegiante dipinto di giallo ocra (il colore: ecco l'unica originalità) sul pelo dell’acqua del lago d’Iseo?
      Ditemelo in un orecchio, sù, secondo voi che cosa pensavano di provare i 55 mila deboli di mente? Spero che nella calca, almeno si sia verificato anche, paradossalmente, qualcosa di razionale e intelligente, fosse pure criminale, come scippi, rapine, stupri, o qualsiasi altro delitto a sfondo economico o sessuale, in modo da far rientrare comunque l’evento nella media della normalità della sennattezza umana. Ma se no, la stolida camminata dei provincialotti su un pontile sul lago è proprio la cretinata del secolo, altro che “evento epocale”.
      Un bellissimo panorama devastato e umiliato per 16 giorni. Un'azione diseducativa, perché dà il cattivo esempio mostrando a tutti, giovani compresi, che la sopraffazione della Natura da parte dell'uomo è ancor oggi premiata, addirittura lodata e celebrata su tutti i giornali (ecco, a caso, uno dei più seri) e le tv, sulla cui complicità di passivi ripetitori si perfeziona sempre ogni speculazione ai danni della massa da parte dei soliti furbacchioni (politici, artisti, finanzieri-economisti ecc). Diseducativa anche perché dà l'idea che chiunque impunemente possa fare qualsiasi cosa di un lago, di un fiume, di uno specchio di mare, di un bosco, di un prato, di un pezzo di Natura; come pure di grandi opera d’arte e famosi monumenti storici, ricchi di ben altri valori e significati.
       E anche questo Christo, lo stesso che si è distinto per decenni per aver stupidamente ricoperto di plastica monumenti interi, scogliere, palazzi storici, mura antiche (a Roma toccò alle Mura Aureliane di Porta Pinciana di essere incellofanate nel 1974), come il precedente, dovrebbe smetterla di fare miracoli finti, a cui del resto non crede nessuno, se non dei minus habentes. Il pontile così lungo è autoportante? Se il primo esaltato camminava sulle acque di una pozzanghera estiva, il secondo evidentemente – poiché i miracoli non esistono, e un pontile galleggiante senza ancoraggi sarebbe pericoloso – ha nascosto sotto il pontile migliaia di tiranti collegati a centinaia di possenti pesi adagiati sul fondale.
      Sulla macchinosità di un impianto del genere e sui possibili danni si veda l'articolo dettagliato del climatologo Luca Mercalli, che rivela l'uso di ben 220.000 cubi di polietilene (materiale molto difficilmente smaltibile e riciclabile a evento terminato), 200 pesanti ancore sul fondo, 220.000 perni, 37.000 metri di tiranti. Quindi anche la scienza, oltre alla critica d'arte (Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio), che parla, per usare nostri termini, di "autoreferenzialità" vuota, insomma di banale auto-promozione narcisistica da parte dell'Autore) è contraria: l'offesa al Paesaggio e i danni al fondale e all'ambiente circostanze, fosse pure per il picco di antropizzazione improvvisa in una zona ancora relativamente vergine e per il vertiginoso aumento di rifiuti, sono di molto superiori ai piccoli vantaggi della provocazione "artistica".
       E qui ti voglio. Per molto meno un ristorante o un sub passano guai seri per devastazione di cose e danni all’ecosistema (in questo caso soprattutto piante e animali lacustri). E invece non mi risulta che i Verdi, i Rossi, i Blu o i Viola si siano opposti, e neanche Italie Nostre, Vostre e Loro. E la Procura della Repubblica competente? In altre sedi le Procure sono interessate perfino agli scontrini di una cena pagata da un Sindaco.
      Qui invece ci potrebbero essere danni ambientali a flora e fauna, e nessun magistrato indaga, a quanto si sa dai giornali. Almeno per accertare "che non ci siano" reati ambientali, vista la vasta estensione dell'intervento in un ambiente ecologicamente delicatissimo come il lago d'Iseo. Dove sicuramente se io domani mi avventuro con un barchino a pescare con la lenza o la rete a strascico, sono inseguito a sirene spiegate da una motovedetta e severamente multato (con sequestro del barchino)... E' giusto tutto ciò? No.
      E bisogna prendere provvedimenti contro chi si è reso corresponsabile di un evento così... avventato, e dei mancati controlli o divieti. Anzi, ci piacerebbe curiosare nel contratto: è stato previsto l’obbligo di ripristinare perfettamente i fondali del lago? O gli eventuali ancoraggi resteranno in acqua? E come faranno a controllarlo? Strano, ma di questi aspetti basilari nessuno dei tanti cronisti del menga gettatisi sull’«eccezionale evento» fa il minimo cenno, a quanto ho letto.
      Siamo contrarissimi a queste cretinate pseudo-artistiche, vere e proprie violenze ottuse e provinciali alla Natura e al Paesaggio geografico e storico. Americanate che un tempo, forse, sarebbero andate bene nel Texas (su un lago finto) per meravigliare i grassi abitanti del luogo tra un hamburger e l’altro. Questo Christo (pessimo nomen omen, che già dice tutto) dovrebbe riportare anche i fondali del lago esattamente allo stato in cui erano. Ecco che cosa avremmo preteso - con controlli severissimi anche successivi - già nei preliminari del contratto. E già, forse il popolo bruto e infantile che ora si accalca e fa la fila, non lo sa, ma ci vogliono gli ancoraggi sul fondale per sostenere questa cretinata. Ripristinerà tutto per bene? E chi andrà a controllare i fondali metro per metro? E i danni alla fauna e alla flora acquatica? Anzi, queste cautele gli sono state chieste? Come mai nessuno dei tanti stupidi cronisti che hanno trattato l'argomento ne ha parlato, a quanto ho letto? Eppure è un "particolare" che andava detto già nelle prime righe di ogni articolo o servizio tv. E gli Enti preposti alla tutela del Paesaggio che dicono? Tutta la faccenda è davvero terribilmente provinciale e sottoculturale: pour épater les bourgeois. L'Italia ha ben altro e non ha bisogno di queste cosucce adatte a chi non ha nulla di notevole.
      Ci piacciono i laghi, più del mare, ma i laghi intelligenti, non stupidi. L’Iseo (che abbiamo messo nella lista nera, e sarà privato per saecula saeculorim della nostra presenza)?
      E poi basta con queste americanate sottoculturali, buone per i Paesi che non hanno niente, né Natura bella, né arte, né buon cibo, e devono inventarsi tutto. Per loro una sciocchezza del genere è oro turistico; chissà quanti gonzi, grassi di "hamburger & chips" ci cascano. Ma in Italia uno come Christo, non dovrebbe neanche essere invitato, ed è gravissimo che invece abbia trovato quei finanziamenti che non si trovano per la tutela della nostra grande Arte e della Natura, laghi compresi. E se l'artista bulgaro è convinto nel suo delirio di onnipotenza di essere un nuovo Leonardo, qualcuno gli riveli in un orecchio che il Re è Nudo, cioè che non è proprio nessuno, ma il solito furbo levantino che ha trovato il modo di sbarcare il lunario a spese dei tanti uomini stupidi della società di massa, secondo quel meccanismo truffaldino inventato in Paesi che hanno poca Storia, poca Arte e talvolta perfino poca Natura, e così le devono “inventare” oggi, su due piedi, e a pagamento s’intende. A carico dei citrulli, com’è giusto.
     E i costi? Altro che bearsi per il "biglietto gratuito", il solito specchietto per le allodole, in questo caso per gli allocchi. Ora, troppo tardi, giornali e pseudo-enti di protezione o ambientalisti "scoprono" quello che avevamo denunciato per primi su Facebook: che l'opera ha avuto un costo pazzesco, a carico della collettività, altro che "tutto a carico dell'Autore". Almeno 2 milioni di euro li pagheranno i cittadini. «L'installazione della passerella era a carico della società The Floating Piers [che fa capo all’artista, NdR], ma i servizi sanitari, la vigilanza e i trasporti sono toccati a Regione Lombardia ed enti locali». Comprese «due settimane di caos, ritardi e rincari». Dopo disservizi logistici per gli abitanti dei Comuni interessati, in seguito a una denuncia del Codacons, ora sta indagando la Corte dei Conti per valutare gli eventuali danni economici per la collettività.

AGGIORNATO IL 17 AGOSTO 2016

18 aprile 2016

CANTO JAZZ. Ugole d’oro o d’ottone? Dal blues o più spesso dalla musica pop.

QUELLE UGOLE D’OTTONE
Il problema se il canto sia davvero compatibile col jazz o non appartenga piuttosto alla musica leggera» non è stato ancora risolto. Vogliamo parlarne ancora?
di Nico Valerio, Musica Jazz, giugno 1974

Qualche critico si spellava le mani per applaudire la bella cantante Karin Krog, impietosamente e forse ingiustamente fischiata dai ragazzotti urlanti del Palazzo dello sport di Bergamo, nell'ultima sera del festival. Noi eravamo tra questi. Più che giusto, del resto: si trattava di contrastare sportivamente i goliardici « crucifige » di una platea giovanissima e acritica, di neofiti per lo più, proveniente da quella periferia culturale che non sa di avere i propri modelli estetici nei sottoprodotti dell'industria musicale, e in base a questi « giudica e manda ».
      Ma quando si passa al discorso critico, anzi quando si cerca una relazione tra un elemento musicale rilevante come il canto e il diagramma storico-stilistico del jazz, la prospettiva cambia; il procedimento rigoroso porta a conclusioni drastiche, impietose
Non è il caso, certo, di annunciare qui «ex cathedra», che l'elemento vocale non appartiene alla corrente centrale della tradizione jazz, o almeno ne è uno dei tanti elementi confluenti o paralleli. Questa è infatti la mia opinione radicata, meditata, più volte confrontata con i fatti e la tradizione. Solo vorrei lanciare in questa sede, come si usa dire, un'amichevole sfida alla critica e ai cultori più accorti del jazz. Mi dimostrino intanto - dati storico-stilistici alla mano e con un'analisi sufficientemente plausibile - il contrario, cioè che l'elemento vocale ha stilisticamente influito sulla maturazione del jazz, invece di esserne stato un modesto e passivo tributario. Da parte mia, non sarò così cattivo critico e così poco gentleman da scaricare sugli eventuali contraddittori l'onere della prova. Mi limito per ora a qualche considerazione che dovrebbe circoscrivere l'ambito della discussione; a qualche frase polemica e discutibile tanto per invogliare a scendere in campo. L'ingrato compito, insomma, del provocatore.
      L'argomento è d'attualità, dopotutto. Più volte càpita di dover rispondere imbarazzati alle domande di amici e consanguinei di vario grado e varia capacità dialettica, per niente addentro nei fatti del jazz. «Ella Fitzgerald canta jazz o musica leggera?», chiede con un soave sorriso la nostra cara amica, non sapendo di procurarci una fitta lacerante. Inutile fare i furbi: una risposta esauriente va data entro due-cinque secondi, se non si vuoi perdere la faccia. Qual è allora il ruolo dell'elemento vocale nel jazz?
      La riscoperta di molti nomi del blues (basti pensare al festival-kermesse di Montreux dell'estate scorsa), la perenne fioritura in America del vecchio ceppo del rhythm & blues, così comune ora anche nella musica commerciale europea, il rinnovato interesse attorno alla figura di Billie Holiday innescato dal film di Diana Ross; diversi fattori insomma hanno convogliato l'attenzione del grosso pubblico sull'intera gamma dei modi vocali di derivazione afro-americana. E' il momento di proporre, perciò, un'analisi delle interazioni stilistiche tra elemento vocale ed elemento strumentale del jazz, tanto più che si tratta di un settore quasi dimenticato dalla critica.
      La strada si presenta subito irta di definizioni paradossali come i responsi della Pizia. «Se è vero che tutto il jazz deriva dalla musica cantata - ha detto il critico tedesco Joachim Berendt (un Berendt travestito da Zarathustra) - è anche vero che tutto il canto jazz deriva dalla musica strumentale» (1). Una definizione esemplare.        
Attenti però, specie i distratti, a non cadere nel perfido “craque-tete": c'è una bella differenza tra quella vaga «musica cantata» e uno stilisticamente inequivocabile «canto jazz». Quest'ultimo termine presuppone già un'organica e matura espressione musicale, una forma in qualche modo «d'arte».
      Canti e vocalismi rurali pre-jazzistici e jazzistici, come work song e field hollers, shouts, spirituals e blues arcaico - alcuni individuali, altri collettivi; alcuni intonati «a cappella», altri con accompagnamento strumentale di chitarra o di percussioni, sono ingredienti cospicui di quel pot-pourri in cui fermentò il jazz. Eppure, persa in epoca «storica» la loro individualità di espressioni culturali antropologiche, nel momento in cui si risolveranno in una compiuta «musica d'arte» (siamo arrivati al punto che debbo scusarmi per questo termine), quelle antiche forme vocali hanno finito per interessare al più l'etnomusicologo, non certo il musicologo o il critico, che cercano musica viva.
      Dal folclore, per di più remoto e aleatorio, ad una forma d'arte musícale matura, generalizzata nell'uso e compresa in tutto il mondo, come accade oggi - in una sola parola, alla tanto vituperata Kultur - il passaggio non è stato breve e conserva vaste zone d'ombra. Sta di fatto che soltanto il blues, unica ingombrante eccezione, resta, sia pure in declino, un genere vocale autonomo, pur avendo costituito fin dall'inizio - com'è arcinoto - un notevole elemento tematico-struttura1e della nuova musica, anzi la sua vera «anima negra» («tutto il blues è jazz, ma non tutto il jazz è blues» recitano gli scolari d'asilo).
      Come mai? Evidentemente perchè dotato - a differenza di altre forme vocali - di consistenza espressiva aútonoma, di più rigidi schemi formali e della tipica astrazione artistica che ne hanno permesso (se è lecito ragionare in termini di... darwinismo musicale) la sopravvivenza fino ai giorni nostri. Non a caso solo il blues tra le espressioni vocali prejazzistiche e jazzistiche ha toccato i vertici di un'arte raffinata che in Europa trova riscontro forse solo nella tradizione dei Lieder, pur continuando ad ispirare in epoca recente l'anima negra del «rivoluzionario» Parker e oggi perfino di un Archie Shepp.
      Restringere per ora il discorso alle forme non blues non cambia però i termini dell'analisi. E' un fatto che in epoca storica, cioè da almeno ottanta-novanta anni (ovvero dalla «civiltà dei rulli di pianola» o «del ragtime«, come dirà qualche antropologo del futuro) il jazz ha sempre privilegiato il momento collettivo-strumentale a scapito di quello individualc-vocale, come l'unico (ecco l'a posteriori storico) evidentemente in grado di garantirgli una certa coesione e quindi la sopravvivenza.
      Sarebbe certo interessante analizzare le ragioni ambientali e anche economiche di quella decisa e misteriosa «scelta strumentale». Un «giallo» storico in piena regola, che andrebbe svelato con l'aiuto di matrici rare, di documenti e giornali locali, locandine e magari qualche spartito mangiato dalle tarme. Quello che ad ogni. modo si poteva constatare fin dai primi anni venti era che il sound degli strumenti a fiato costituiva già il modello estetico della nuova musica, l'ideale a cui doveva conformarsi anche il vocalista jazz.
      L'uomo del jazz era non a caso idealizzato nel musicista di tromba - nel caso particolare: Bix Beiderbecke - nel romanzo Young Man With A Horn della Dorothy Baker, uscito nel '38; la stessa identificazione letteraria del jazzista col suonatore di fiati è nel Grande Gatsby di Scott Fitzgerald del '25, dove una strana «cantante di jazz con voce di contralto» nella scena del party di Gatsby fa una ben magra figura. Nei romanzi di Kerouac, poi, l'interpretazione strumentistica del jazz («Io voglio essere considerato un sassofonista jazz che esegue 242 chorus ... ») (2) è talmente ricorrente e determinante ai fini narrativi da assumere il ruolo di un leit motiv. Solo in The Jazz Singer del '27, il primo film sonoro, quest'identificazione non viene proposta; ma si fa presto ad accorgersi che il protagonista, il cantante-attore Al Jolson, è un bianco con un patetico faccione annerito di nerofumo e con le labbra sporche di biacca e che le melensaggini che canta tutto sono fuorché jazz. Sull'elemento vocale del jazz, infatti, grava fin dall'origine il sospetto-certezza della mistificazione.
      Certo, la condizione di minorità del cosiddetto “canto jazz” rispetto alla tradizione strumentistica è stata favorita dalla separazione tra il momento conviviale o d'intrattenimento (tutto sommato episodico, checché se ne dica) e l'esecuzione in funzione di un fine d'arte più o meno consapevole. Capitava che un leader d'orchestra e perfino un musicista-cantante come Armstrong riservassero alla ballroom il maggior numero di brani cantati, per presentarsi in sala d'incisione con brani per lo più strumentali, i migliori. A questo si deve se la maggior parte dei capolavori appartiene al genere rigorosamente strumentale o con scarni refrain vocali di tipo "scat". Inutile cercare brani vocali nelle prime matrici della Victor, i celebri Livery Stable Blues e Dixie Jass Band. One-Step della ODJB, del '17: eppure doveva trattarsi di cosette molto vendibili, se non altro
per il «lancio» della nuova musica.
Non deve meravigliare perciò che l'elemento vocale sia stato relegato tra i motivi episodici e sia risultato assente da tutti i momenti cruciali dell'evoluzione del jazz: quando la musica evolveva da polifonia bandistica a struttura "plastica" dominata dagli assoli (Oliver-Armstrong), nei brillanti arrangiamenti e nella scoperta dell'effetto dinamico dell'alternarsi delle sezioni (Fletcher Henderson), o nell'elaborata scrittura d'arte «ad personam» di Ellington, dove le vocalizzazioni di Adelaide Hall e Kai Davis occupano una posizione di contrasto, quasi mai felice. Del resto «il canto venne alla ribalta quando lo Swing tramontò», scrive significativamente l'Ulanov (3), un episodio di crisi, comprensibile nella stasi creativa e stilistica degli anni successivi alla grande depressione» del '29, se è vero che un cantante, occupando da solo diverse misure e monopolizzando l'attenzione dei ballerini, permetteva di far qualche economia sull'organico.
      Ma è un fatto (le testimonianze al riguardo sono concordi) che perfino nella cosiddetta «Era dello Swing», in piena commercializzazione del jazz ad opera dell'industria musicale, l'opinione prevalente era che i cantanti «rubavano solo del tempo prezioso alle orchestre e rendevano nervosi gli appassionati di jazz», (4). Per avere un passabile cantante, poi, bisognerà arrivare addirittura agli anni Trenta, alla Mildred Bailey (guarda caso, una cantante non di colore), quando ormai l'evoluzione del jazz in una musica che alternava riffs di sezioni agli insiemi è ai chorus solistici, tutti strumentali, era segnata.
      Non parliamo poi della rivoluzione del bop o quella più recente del free. Non risulta - a meno di voler dare importanza agli scherzi di Gillespie (in ogni caso posteriori e nei limiti dello scat) che il Minton's fosse frequentato con successo da ugole jazz, sia pure di « carta vetrata »: le uniche erano quelle dei fanatici suiveurs che incitavano con coloriti "yeah" gli strumentisti sulla pedana, mentre non tolleravano per esempio che gli avventori occasionali disturbassero con rumori di sorta. Nel dopoguerra del resto i tempi più bui per il jazz furono quelli in cui il facile pubblico americano e alcuni critici promossero Chet Baker e Sinatra «migliori cantanti di jazz»! 
      Di oggi non conviene parlare: mal gliene incoglierebbe al cantante che osasse calcare le pedane del jazz, pensate un po', nei gruppi che hanno riscoperto l'hard bop più energico e corposo. Perfino il Duca è stato fischiato a Berlino e a.Bologna, lo scorso anno, per colpa di un melenso cantante sweet, alla Mino Reitano.
      Come se non bastasse, le possibilità di successo per questa strana categoria di musicisti che nessuno vuole sono sempre state minime, con buona pace di quel critico italiano, noto per considerare il jazz una « musica leggera ». legata alle mode e al momento dell'entertainment, come dichiara onestamente (5). Il jazz è stato invece così poco legato al momento dell'entertainment e così immediatamente proteso verso una visuale «d'arte», che i rari momenti d'abbandono «leggero» sono segnati a dito nelle storie e dagli appassionati. Bix Beiderbecke si recava a piedi nei locali di State Street pur di ascoltare Armstrong, e lo stesso hanno sempre fatto i cultori di jazz con i loro beniamini, perchè sentivano che si trattava di cosa diversa dalla «musica di consumo».
C'è qualcuno che crede onestamente che se la musica negro-americana fosse sempre servita da background sonoro per le gesta gastronomiche degli avventori dei bar, o per quelle erotiche delle molte «Mary La Rossa», sarebbe arrivata fino a noi come «la più notevole forma d'arte musicale del secolo XX»? Naturalmente parlo del filone centrale, che, come tutti sanno, si sviluppava in luoghi privilegiati, segreti ai più, certo chiusi al turisti; quella mainstream stilistica che doveva assicurare vita, evoluzione e maturazione ad una musica così ricca e complessa. Ma non è questo il punto: i Brandeburghesi di Bach e molte cose di Mozart stanno a indicare il livello artistico che certa musica "convivia1e" o “su ordinaziorie" può raggiungere nella scuola europea.
      Questo, paradossalmente, è molto più difficile per il jazz, che pure avrebbe prosperato - come raccontano le guide per teen-agers - accanto alle alcove disfatte o negli speak-easies o nei café-restaurants. Non fa pensare, allora, questa significativa impotenza artistica del canto jazz?
      Altro che «ugole d'oro» riverite come i cantanti wagneriani, piuttosto ugole d'ottone al pari di cornette e sassofoni, se tutto va bene. Con che guadagno poi? Le difficoltà teoricamente sono paurose. Non solo la necessità d'imitare il tipico fraseggio degli strumenti a fiato – Mingus [No, era Slam Stewart, NdA] però inaugurò un modo incisivo di accompagnare con la voce il contrabbasso – ma l'intonazione, sempre problematica non essendo l'ugola uno "strumento" temperato, intervalli poco usuali, trilli e dissonanze, l'impossibilità a spiegarsi all'artificiale cromatismo, l'obbligo di tener d'occhio gli assoli degli strumenti e di uniformarsi alle armonie del piano e del contrabbàsso; tutti elementi che spiegano l'aleatorietà della resa artistica e la minore praticabilità del canto jazz.
      Un bilancio non del tutta negativo solo se si pensa che l'adattamento ha alimentato la geniale «maniera» del canto scat, dal superbo Armstrong degli anni Venti a Cab Calloway, a Gillespie, in cui le sillabazioni ritmiche («oo-pop-a-da», «pa-pa de-da» ecc.) condite dei più vari colori timbrici, con prevalenza dei dirty e degli effetti di sordina, superano talvolta per scioltezza di fraseggio ed espressività gli stessi modelli strumentali (6). Ruolo ingrato, però, quello del solista vocale: «Vocalista» più che cantante - la diversità dei valori semantici di blues singer e jazz vocalist è eloquente legato a filo doppio alla logica di una tecnica che non è quella naturale della propria voce.
Un ruolo sussidiario, «non incompatibile» con i canoni estetici del jazz solo nella misura in cui - per uno strano paradosso - l'elemento vocale arriva a perdere i propri connotati di voce umana. Come meravigliarsi allora di questa dipendenza stilistica? Per questo solo tre o quattro sono stati i vocalisti degni di tale nome, e ancor oggi i cultori di jazz, solo a sentir parlare di canto, storcono la bocca. Soltanto il blues, quello vero non l'imitazione commerciale, può a ragione definirsi "la voce del jazz".
      L'altro versante, quella più prossimo delle ballads e dei songs, viene generalmente toccato quando si parla della grande Billie Holiday, che come quasi tutti i vocalisti di jazz noti era non a caso fuori della corrente del blues (mentre i grandi cantanti blues erano sconosciuti) (7). E' un versante pericoloso, a strapiombo sulla palude della canzone commerciale; ma vale la pena di risalirlo se si è sicuri di trovare dall'altra parte le qualità timbriche, l'intonazione e il tipico fraseggio della buona voce strumentale. Ed è appunto il caso, unico, di Lady Day. Una felice eccezione (8). NICO VALERIO

1. Joachim. Berendt, Das Jazzbuch (trad. it.: Il libro del jazz, Garzanti, Milano 1973, pag. 306).
2. Dal libro di versi Mexico City Blues; ma v. anche On The Road e il poco conosciuto Doctor Sax.
3. Barry Ulanov, Storia del jazz in America, Einaudi, Torino, 1965. p. 227.
4. Ibidem.
5. Lo spunto per questo articolo è venuto proprio da un accalorato scambio di opinioni col critico in questione, l'amico Umberto Santucci, il quale sostiene - come, è noto - idee diametralmente opposte.
6. « Il canto scat costituisce la possibilità più intensa del canto jazz al di fuori del blues». Proprio perchè « è la tecnica canora che permette a un cantante di avvicinarsi maggiormente all'ideale strumentale», scrive con la consueta chiarezza il Berendt (Op. cit., pag. 318).
7. Joachim Berendt, op. cit., p. 307.

8. Un esempio a caso, tra mille, di come il cantante (anzi, più correttamente bisognerebbe limitarsi a dire “vocalist”) possa rovinare un brano jazz, può essere Sunset Cafe Stomp, un brano di Louis Armstrong con i suoi Hot Five (16 novembre 1926). La sgangherata e sgraziata voce potrebbe essere quella di May Alix, ma alcuni suppongono che di lei sarebbe rimasto registrato il nome solo in quanto autrice dei versi [N.d.A. aggiunta oggi per la pubblicazione sul web].

IMMAGINI. Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong (dis. di Gil.Gibli), Bessie Smith, Sarah Vaughan (copertina disco), Cantante di jazz con orchestra (acquerello di Lobenberg, part.), Cab Calloway (locandina spettacolo), Mildred Bailey (copertina disco), Anita O'Day (dis. di Cabu), Jimmy Rushing, Al Lolson (locandina del film "Jazz Singer"), la norvegese Karin Krog conosciuta al festival di Bergamo nel 1974.

AGGIORNATO IL 12 MAGGIO 2016

DROGA. In carcere per il solo sospetto: la legge proposta nell’anno del divorzio.

Per inquadrare il periodo storico, siamo all’anno del referendum sul divorzio, il 1974, che vide la grandiosa vittoria laicista contro il clericalismo e le prepotenze della Chiesa. Un’epoca lontana che allora sembrava agli incontentabili illiberale e oppressiva, ma che poi – al contrario – resterà nella nostra memoria nostalgica come l’apice dei “favolosi anni Settanta”, anni in cui si viveva in strada, altro che dietro un computer, e con la prima ragazza che incontravi (e se ne incontravano a centinaia ogni giorno) organizzavi all’istante una lunga vacanza in tenda in un’isoletta sperduta. Che tempi! Anni di rapporti individuali liberi e spontanei, avventure, felicità e libertà, musica libera in piazza, grande socializzazione popolare. La gente era ancora amica e solidale: nelle città ancora non si uavano le porte blindate e le inferriate alle finestre; nei villaggi di giorno le porte delle abitazioni restavano aperte o socchiuse o con la chiave nella toppa. E sul piano politico e sociale anche anni di ritrovata laicità risorgimentale, partecipazione di massa alla cosa pubblica. Pensate: era prima dell’Aids, dell’Adsl, delle immigrazioni di massa... per accennare solo a tre eventi che avrebbero cambiato la nostra vita in modo irreversibile.
      Ebbene, in quell’annus mirabilis che vedrà a maggio la grande vittoria contro il referendum indetto dai clericali per abrogare la legge sul divorzio, a gennaio già i conservatori democristiani del governo Andreotti cercavano di soppiatto di insinuare un progetto di legge repressivo “contro la droga”. Iniziava così il grande dibattito giuridico e politico sull’uso delle droghe, soprattutto “leggere”. Sul prestigioso “Il Mondo”, che era stato fondato da Pannunzio e in quel momento era diretto dallo scrittore Renato Ghiotto, il giovane Nico Valerio, che già dal ginnasio, tra i 14 e 15 anni, aveva maturato una forte scelta liberale, così faceva il punto sulla questione [N.V.]

 LA NUOVA LEGGE SULLA DROGA

 IN CELLA DI SALUTE

Con un colpo di mano improvviso, è stato presentato in commissione al Senato il progetto elaborato dal governo Andreotti: chiunque potrà essere arrestato in base a un semplice sospetto, senza che venga a cadere l'assurda identità di trattamento fra consumatori e spacciatori. Una proposta alternativa dei socialisti 
di Nico Valerio, Il Mondo, 10 gennaio 1974
ROMA. Lo scorso anno, in pieno periodo nata­tizio, anche sotto le pressioni della pubblica opi­nione, governo e parlamento approvarono rapidamente la legge che riconosceva l'obie­zione di coscienza e una « leggina » che consentì la scarcerazione di Pietro Val­preda. A distanza di un an­no, è possibile che venga introdotta, anche questa volta rapidamente, un'altra novità nell'ordinamento legislativo italiano: il « fermo preventi­vo di polizia » fino ad un anno, con cui dovrebbero es­sere colpiti coloro che sono sospettati di far ricorso alla marijuana o all'eroina; e, in aggiunta, pene detentive fino a cinque anni (quindici per i giornalisti) per chi, anche senza avere mai consumato droghe di nessun genere, ha commesso la leggerezza di parlarne o di scriverne, con­tribuendo così a farle conoscere presso il grosso pubbli­co, a favorirne insomma, in­direttamente, la diffusione.
      Riesumato in tutta fretta dal ministro della Sanità, il moroteo Luigi Gui, proprio il giorno successivo all'appel­lo dei parlamentari democri­stiani per una legge esemplare contro la criminalità, il progetto di legge « antidro­ga » Gaspari-Gonella, dopo mesi di ibernazione (era sta­to presentato alle camere nel febbraio scorso) è giunto inaspettatamente sui tavoli delle commissioni Sanità e Giusti­zia del Senato, senza che i commissari ne sapessero nul­la. Lo stesso Gui aveva personalmente sollecitato la presentazione del progetto alle commissioni competenti, do­po avere annunciato il 23 novembre, in un convegno sulle tossicomanie, indetto dal­l'ordine dei medici, che la legge era stata « fatta pro­pria » dal governo senza nes­suna modifica rispetto al vecchio testo approvato nel dicembre scorso dal governo centrista di Giulio Andreotti.

Proteste da ogni parte
« E' stato un vero e pro­prio colpo di mano », sosten­gono ora gli esponenti dei partiti laici. Solo il 26 no­vembre, il giorno prima del­l'inizio della discussione, il senatore Ossicini, indipen­dente di sinistra, riceveva la convocazione; lo stesso senatore Barbera, socialdemocra­tico, relatore della commissione Sanità, non sapeva mol­to di più, e, a differenza del relatore della commissione Giustizia, il democristiano De Carolis, non aveva anco­ra potuto procedere a prepa­rare la relazione introduttiva. « Certo », dice un commissa­rio di un partito di sinistra, « i tempi sono cambiati ri­spetto a un anno fa e gli al­leati laici della DC non vor­ranno assumersi il peso po­litico di una legge che perfi­no il governo centrista aveva lasciato cadere, sotto il peso delle polemiche degli ambien­ti scientifici e giuridici ».
      Fa­cile previsione è che special­mente i socialisti, che già espressero un netto « no » al­la legge sul fermo di polizia, ribadiranno una serie di cri­tiche all'iniziativa. L'« Avan­ti », infatti, ha già trovato modo di protestare, facendo notare che l'intera legge Ga­spari è di una preoccupante genericità e congegnata in modo da consentire alle forze di polizia di « arrestare chiunque » sulla base di un semplice sospetto: « Chiunque accede nei locali previsti dal primo comma (dove, cioè, qualcuno sta consumando droghe, ndr) per darsi all'uso di sostanze stupefacenti... è punito con la reclusione fino ad un anno". Il mandato di cattura è obbligatorio.
      Non è ipotesi che riguardi necessariamente "hippies" o sbandati. Gli stessi articoli 16, 17 e 18 della Costituzio­ne, sul diritto di riunione, sarebbero forse sostanzialmen­te elusi. Un'altra norma, nel punire, al di là della palese detenzione di stupefacenti, addirittura il « sospetto d'u­so », affida l'accusa alla no­torietà e alla « vox populi ».
      Sono in molti ad essere convinti che il recupero del­la proposta potrebbe facilita­re un tentativo di reinsedia­mento dei settori più oltran­zisti della destra della DC. E' quello che ritengono i so­cialisti. L'onorevole Claudio Signorile, della direzione del PSI, membro della commis­sione Sanità della Camera, mostra di credere ad un pre­ciso disegno che, attraverso un'ondata « moralizzatrice » nei costumi e nella vita pri­vata dei cittadini, dovrebbe consentire alla destra democristiana e ai gruppi d'opi­nione collegati di riguadagna­re quello che hanno perduto o si preparano a perdere sul piano politico. Un tentativo di rivalsa insomma contro il quale « occorre vigilare, spe­cie in parlamento ». Per que­sto, il PSI si prepara a pre­sentare sugli stupefacenti una proposta di legge alternativa, firmata dallo stesso Signorile e da Colucci. La proposta, da un lato, dovrebbe colpire molto più duramente di quan­to non faccia la proposta Ga­spari gli spacciatori e i grossi trafficanti, mentre, dall'altro, dovrebbe facilitare la cura degli intossicati, senza repres­sioni, riconducendo il feno­meno alla sua dimensione sanitaria e sociale.
      Anche sul piano medico­-sanitario, infatti, il progetto Gaspari appare a molti inadeguato, perpetuando in so­stanza i vecchi errori della legislazione attuale. « Cosa possiamo attenderci », do­manda con tono polemico l'avvocato penalista Franco De Cataldo, repubblicano, « da un testo che è opera di funzionari e direttori generali di ministeri e non di scien­ziati e giuristi di chiara fa­ma? ». Anche Augusto Pre­moli, presidente liberale del­la commissione Sanità del se­nato, che pure ha, al riguar­do, un atteggiamento possibi­lista, riconosce che « per cer­ti aspetti la legge è frutto di una mentalità vecchia, sor­passata, e poi rischia di arri­vare in ritardo sui tempi ».
      Gli esperti, medici specia­listi e psichiatri, sono ancora meno teneri e fanno notare che nel testo si fa confusione tra droghe « pesanti », che causano danni gravi e irrepa­rabili all'intero complesso psico-fisico e generano assue­fazione, e droghe « leggere », che non portano a questo « punto di non ritorno ». Vengono inoltre lasciati fuori dal novero delle sostanze proibite non solo alcool e ni­cotina (le « droghe di stato » ben più pericolose ad esempio della marijuana, come ha concluso la commissione go­vernativa Schaeffer negli Usa, dopo anni di sperimentazioni condotte senza risparmio di mezzi, e come ha confermato lo scienziato Adriano Buzzati­-Traverso, vicepresidente del­l'Unesco), ma anche i perico­losi tranquillanti e antide­pressívi lanciati sul mercato dalle nostre 1140 case farma­ceutiche in forme di vero e proprio « consumo indotto».

Non c’è tempo da perdere
      Per un'efficace terapia man­cano poi, a tutt'oggi, i pre­visti « centri di assistenza ». Ma quello che più colpisce è che, malgrado le risoluzioni di decine di congressi, ultimo quello organizzato dal­l'Unesco a Parigi nel settem­bre scorso, abbiano invitato il legislatore italiano ad una netta differenziazione tra traf­ficanti e consumatori, il progetto Gaspari commina la stessa pena a « chiunque sen­za autorizzazione produce, fabbrica, estrae, offre, pone in vendita, distribuisce, acquista, cede e riceve... o illegalmente detiene sostanze stu­pefacenti ». Tutto vanificato, dunque: r nuovo a punto di partenza. Il grosso traffi­cante, la mafia italo-america­na, e il consumatore occasio­nale, necessariamente deten­tore, accomunati da una nor­ma davvero pericolosa ed equivoca. Una denuncia al proposito, è venuta anche da una lunga corrispondenza da Roma del « Times » di Lon­dra.
      Tralasciando le pene per « responsabilità oggettiva » a carico di padroni di casa, di­rettori di locali pubblici e re­sponsabili di comunità (se un liceale « fuma » nella toilette va in prigione il preside), sor­volando sull'inumana disin­tossicazione coatta cui deb­bono sottostare anche coloro che intossicati non sono, se vogliono evitare il carcere, si arriva all'articolo in cui vie­ne previsto l'obbligo, per i medici curanti, di denunciare all'autorità tutti i casi a loro conoscenza. « Non è certo trasformando il medico in poliziotto », dice il professor Luigi Cancrini, dell'istituto di psichiatria dell'Università di Roma, uno dei portaban­diera della campagna contro il progetto, « che si può por­tare a buon fine l'opera di recupero di tanti giovani di­sadattati al loro primo con­tatto con gli stupefacenti. Al contrario, diminuirà il nume­ro di coloro che si rivolgono al medico e la situazione di forzata clandestinità avrà con­seguenze gravissime sul pia­no sanitario e sociale ».
      Contrari a questa legge so­no anche i comunisti. Il se­natore Argiroffi, membro co­munista della commissione Sanità, è esplicito nel condan­nare le motivazioni politiche del progetto: « Il tentativo di strumentalizzare un proble­ma così scottante, gonfiando magari le cifre delle rileva­zioni statistiche, nasconde da una parte la volontà di farne argomento di propaganda po­litica, giocando pericolosa­mente all'allarmismo tra i ce­ti più paurosi delle "maggio­ranze silenziose", e, dall'al­tra, vale forse a esorcizzare il nuovo démone della droga, come nel medioevo si faceva con le streghe e gli ereticì ». « Per moralizzare questo settore del nostro ordinamen­to », aggiunge Argiroffì, « il gruppo al quale appartengo si sta adoperando perché ven­ga ratificata anche dall'Italia, al più presto e preliminarmente alla discussione di qualsiasi progetto di legge sulle droghe, la convenzione unica sugli stupefacenti firmata a New York il 30 mar­zo 1961, ora finalmente giun­ta all'ordine del giorno dei lavori della commissione. Ma, restando al progetto in esa­me, deve essere denunciato il suo carattere autoritario, qua­si che si volesse diffondere l'uso della delazione nelle scuole e in altri, ambienti do­ve esiste una massiccia pre­senza di giovani ».
      Parole simili, tutto somma­to, a quelle che si potevano leggere su Liberazione, il gior­nale radicale di Marco Pan­nella: « Ci troviamo forse di fronte ad una campagna di moralizzazione di stampo cle­ricale nella quale vengono coinvolti drogati e rapinato­ri, delinquenti e non, da pre­sentare all'opinione pubblica all'insegna del motto "salvia­mo i nostri figli" come re­sponsabili di una presunta crisi morale del nostro pae­se? E non viene il fermo di droga riproposto oggi, quando, a due mesi dalla riapertura delle scuole, gli studenti danno di nuovo segno di at­tività politica?».
      Per gli oppositori, insom­ma, non c'è tempo da perde­re. Esiste il pericolo che si finisca per considerare « dro­gato » ogni cittadino scomo­do. Quello che preoccupa è il clima, si dice. Un progetto può anche non essere appro­vato, non per questo chi l'ha sottoscritto è meno libero dl colpire nuovamente, anche a distanza di poco tempo. Del resto, se la legge è arrivata in commissione, con tanti progetti più importanti che attendono da tempo, è segno che verrà rapidamente esami­nata. Il relatore senatore De Carolis è stato chiaro: a suo parere i lavori procederanno « a ritmo sostenuto ». (N.V)

AGGIORNATO IL 14 AGOSTO 2016

10 aprile 2016

SCANDALI? Solo in democrazia i panni sporchi si lavano in piazza (Malaparte).

SCANDALI? Dimostrano che siamo in Democrazia, bellezza! Se vuoi non che non esistano più, ma che non se ne senta più parlare (per alcuni, troppi finti critici e moralisti-immoralisti, evidentemente è lo stesso...), sostieni la Dittatura. Una qualsiasi. Non hai che l'imbarazzo della scelta: nazismo, comunismo, fascismo, islamismo... Che scegli?
      Naturalmente, non è così drammaticamente "semplice": c'è anche da considerare la variabile Italia. Da alcuni (pochi) intesa come cittadini; da altri (i più) come Stato. Ma leggiamo uno che di scandali si intendeva, un uomo e intellettuale che scandalizzò per tutta la vita, e perfino in punto di morte (NV):

«Scandali. Molti si preoccupano degli scandali che da qualche tempo, nel campo finanziario, politico, giudiziario etc., intorbidano la vita italiana. Non vedo perché dobbiamo preoccuparcene. Non siamo forse partigiani di una libera e sana democrazia? Ebbene: la democrazia non è libera e sana che grazie agli scandali. La storia di tutte le democra­zie, antiche e moderne, è un seguito di scandali altrettanto clamorosi quanto salutari. Chi se ne spaventa, cambi bandiera. In democrazia, i panni sporchi si lavano in piazza. È soltanto nei paesi totalitari che i panni sporchi si lavano in famiglia, cioè nel silenzio discreto delle questure e delle prigioni. Guardate l'Italia di Mussolini, la Germa­nia di Hitler, la Russia sovietica. In quell'Italia, in quella Germania, gli scandali eran rarissimi. In Russia, sono ancor più rari. Che cosa significa questo? Che non vi fosse e non vi sia materia di scandali? Ce n'era e ce n'è anche troppa. Ma in un regime totalitario gli scandali son soffocati sul nascere, e in una libera e sana democrazia scoppiano liberamente. Poiché se un regime totalitario permettesse gli scandali, cadrebbe: e né uno né mille scandali riusciranno mai a buttar giù una democrazia. (Senza contare che, in certi paesi, la democrazia è di per se stessa uno scandalo)».
      «L'Italia non c'entra. A tutti coloro che bestemmiano l'Italia per le sue leggi antiquate, per la sua magistratura, la sua burocrazia borbonica, la sua cattiva amministrazione, per gli scandali, per lo sperpero del pubblico denaro, per i soprusi, le prepotenze, gli abusi di autorità, per il concetto poliziesco con cui s'interpreta la giustizia, la libertà, la democrazia, per le condizioni di vera e propria servitù in cui il cittadino italiano è tenuto dallo Stato, io vorrei rispon­dere che l'Italia non c'entra, che la nazione italiana non c'entra. Tutti i mali della vita italiana nascono non già dal popolo, ma dallo Stato. Poiché non è vero che ogni popolo ha lo Stato che si merita: è infatti lo Stato che fa il popolo, non il popolo che fa lo Stato. A uno Stato che sperpera i denari del popolo, corrisponde un popolo che cerca di eludere il fisco. A uno Stato che avvilisce e impaurisce i cittadini, corrispondono cattivi cittadini, e cattivi soldati. Le tirannie (e le democrazie poliziesche) perdono le guerre perché trasformano i cittadini in peco­re, e con le pecore non si vincono le guerre. Quando Massimo d'Azeglio disse: «Fatta l'Italia, bisogna far gli italiani», disse cosa cretina. Poiché, fatta l'Italia, bisognava far lo Stato italiano, unico strumento per far gli italiani, cioè per rifarli, per rieducarli, avviliti e corrotti com'erano da secoli di schiavitù e di cattiva amministrazione. E invece, quale Stato uscì dal Risorgimento? Uscì una ibrida istituzione nata, su un tronco feudale, dall'affrettata fusione del Regno di Sardegna col Regno dei Borboni e con gli altri piccoli Stati italiani, delle leggi piemontesi con quelle borboniche, pontificie, austriache, ecc. Ne venne fuori uno Stato pseudo liberale e pseudo democratico, sostan­zialmente feudale, reazionario e poliziesco, che dagli stessi uomini del Risorgimento, da Cantù, da Cattaneo, da Mazzini, da Ricasoli, e dallo stesso Cavour, fu giudicato una creazione antistorica, fatta più per perpetuare il malgoverno, la cattiva amministrazione, gli abusi della polizia, la corruzione della giustizia ecc. che non per promuovere e difendere la libertà, il progresso, e il benessere del popolo italiano. Molta parte dell'attuale situazione di disagio pre-rivoluzionario in Italia, nasce dalla spesso giustificata reazione popolare contro uno Stato assolutamente indegno di una nobile e civile nazione come l'Italia».
      «Il discorso potrebbe andare per le lunghe, ma si può compendiare in poche parole. Nel 1915, per persuadere le masse dei benefici della guerra, fu promesso che dalla guerra sarebbe nata una profonda riforma dello Stato. Non se ne fece nulla. Il fascismo, mosso in origine contro l'inefficienza e la corruzione dello Stato, peggiorò la situazione. Venne la Repubblica, e tutti sperammo che dalla nuova Costituzione, dalla nuova democrazia, uscisse finalmente quella riforma dello Stato, che le classi politi­che ci promettono invano da cinquant'anni. I fuorusciti, gli antifascisti, quelli veri e quelli falsi, una volta saliti al potere, non solo non hanno tentato neppure la promessa riforma dello Stato in senso democratico, ma hanno accettato con gioia, (per servirsene come strumento di governo), l'eredità di quelle leggi fasciste che per venti anni avevano avversato. Il solo vantaggio apparente che questa povera democrazia ha dato al popolo italiano, è una vaga libertà di stampa che, in uno Stato come questo, retto da leggi antidemocratiche, si risolve in una beffa. Dovremmo dunque, per un tale intollerabile stato di cose, (di cui profittano soltanto i comunisti), bestemmiare l'Ita­lia? No, perché l'Italia non c'entra. Date all'Italia uno Stato moderno, onesto, leale, giusto, fondato sul rispetto della libertà e della giustizia, e le cose cambieranno».
«Una dichiarazione personale. Io sono orgoglioso di essere italiano, ma mi vergogno d'essere un cittadino dello Stato italiano. E non mi si venga a dire: «Se non sei contento, cambia cittadinanza». No: perché sono fiero del mio popolo, ed ho, come tutti gli italiani, il diritto di essere cittadino di uno Stato degno del popolo italiano. Ho il diritto di non dovermi vergo­gnare dello Stato di cui son cittadino».

[Curzio Malaparte, Battibecchi. A cura di Enrico Nassi. Shakespeare and Company/Florentia. Firenze 1993]

L' attualità estrema di queste pagine scritte dallo scrittore e giornalista italiano Kurt Eric Suckert (Curzio Malaparte) nel lontano 1954 per la sua rubrica sul settimanale "Tempo", ora scomparso, e raccolte da un redattore del giornale nel felicissimo libro "Battibecchi" (medesimo titolo della rubrica) non deve far dimenticare "chi" scriveva questi concetti, dopo una vita passata a dire, fare e pensare tutto e il contrario di tutto, fino a scandalizzare e irritare profondamente (ma anche irretire col suo fascino unico) tutti: di Destra, Centro, Sinistra, anti-sistema, anarchici, qualunquisti, monarchici, repubblicani, Italiani e stranieri. E sì, perché mai come nel caso di Malaparte - il caso più emblematico della psicologia, starei per dire antropologia italiana - la figura del personaggio con i suoi vizi e le sue virtù è, deve essere, prevalente sulla sua opera multiforme e scoppiettante come fuochi d'artificio. Una vita come opera d'arte (mal riuscita o riuscita fin troppo bene)? 
A  proposito della riscoperta di Malaparte dagli editori francesi, ma pensando all’Italia, Enzo Bettiza così ritrae sulla Stampa la geniale, contraddittoria, controversa figura del grande scrittore e giornalista dalla vita avventurosissima, narcisistica, esibizionistica e fuori schemi (D’Annunzio, al confronto, era un provinciale). Accadde così che nella prima metà del Novecento, l’intelligentissimo e insofferente figlio d'un tedesco e d’una toscana, casualmente nato a Prato, diventasse così perfettamente italiano-antitaliano da assurgere (e da fine analista ne era consapevole) a simbolo pressoché perfetto d’un modo di essere, di vivere, e soprattutto di criticare (sempre con ragione, s'intende), pur essendo il più tipico e sfacciato "voltagabbana". Con l'aggravante della "malalingua" e dell'intelligenza d'un toscano (ovviamente anti-toscano: v. "Maledetti toscani"). Insieme elitario e populista, dandy e trasandato, raffinatissimo e sociale, nazionalista e cosmopolita, fascista e comunista, monarchico e repubblicano, pacifista e guerrafondaio ecc. Perfino in punto di morte sorprese tutti con la sua ultima contraddizione-coup de theatre: da ateo si fece convertire. Dimostrando, insomma, che l’anti-italiano perfetto era (ed è) il più italiano di tutti, l'arci-italiano. NV

IMMAGINE. Malaparte: elaborazione da particolare della copertina di O.Guerrieri, Curzio, Neri Pozza ed.

02 aprile 2016

EUROPA? Troppo grande per essere una Patria (Leopardi). E troppo tardi, ormai.

«Le città antiche, se anche erano piccole come le moderne, e tuttavia servivano di patria, erano però piú importanti assai, per la somma forza d’illusioni che vi regnava e che, somministrando grandi eccitamenti e premi grandi, ancorché illusorii, bastava alle grandi virtú. Ma questa forza d’illusioni non è propria se non degli antichi, che come il fanciullo sapevano trar vita vera da tutto, ancorché menomo. La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtú grande» (Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura [“Zibaldone”], Le Monnier, Firenze 1898, p. 896).

      Non ricordavo questo passo del grandissimo Leopardi. Argomentazione molto acuta e sensata. L'amor di Patria già è difficile in un Paese dalla Storia antica e per secoli diviso - una città contro l'altra - come l'Italia, che perciò continua ad avere municipalismi meschini e provinciali (e il filosofo-poeta di Recanati ne sapeva qualcosa, viste le parole sprezzanti che ha verso l’ottusità dei suoi concittadini).
      Del resto, non si può sostituire l'amor di Patria, che è sentimento che si nutre di vicende eroiche comuni, e si matura lungo secoli, grazie soprattutto alla medesima lingua [v. l’importanza determinante della lingua comune nella genesi del sentimento nazionale di unità italiana], con la "passione" prima per un’arida zona doganale di libero scambio, poi per una burocrazia unificatrice di mere leggi e regolamenti industriali ed economici. Figuriamoci che trasporto emozionale potrebbe esserci – specialmente ora che è chiara a tutti i popoli d’Europa la mancanza di forti idee comuni, perfino per contrastare l’islamismo fanatico e la destabilizzante immigrazione forzata dall’Asia e dall’Africa – verso una Federazione politica, di là da venire, e comunque ormai troppo tardiva.
      Ma gli Stati Uniti, allora? Il caso dell’unione politica degli USA, madre di tutti i confronti, è diversissimo, perché la Confederazione coincise quasi con le lotte per l’indipendenza dall’Inghilterra e con la raggiunta libertà. Un evento eponimo unificante. Per noi Europei, all’opposto, non fa testo la forzosa unione burocratica e culturale imposta dai Romani dall’alto della loro civiltà a popoli in molti casi rozzi e primitivi, capaci solo di tenere le armi in pugno, senza democrazia, controllo sociale e opinione pubblica. Un’Europa “subìta” anche quella, ma almeno unificata dalla lingua latina, a differenza di oggi. Dopodiché, per i popoli del continente europeo seguirono 2000 anni di vite e lingue separate, gli uni contro gli altri.
      Perciò l'Unione europea, tanto più a volerla completa (politica, diplomatica, militare, finanziaria ecc.), è una cosa insieme nuova e vecchia, superata perché fuori tempo massimo, e comunque perfino la versione minima attuale appare fredda, quasi solo per politici, economisti e funzionari che vi lavorano, per niente sentita dai cittadini. Ma come – mi si obietterà – non eri un europeista ultras fino a pochissimi anni fa, uno che portava in palmo di mano il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni, uno che si vantava come tutti i moderni Liberali e Radicali di aver sostituito semplicemente il coraggioso nazionalismo del Risorgimento italiano con l’Europeismo, cioè una piccola Patria con una grande e sovrannazionale?
      Già, ma ora ci si accorge che il nostro forte europeismo di adolescenti e giovanie liberali era tutto di testa, solo ideologico, passionale, copiato dagli idealisti che ammiravamo (esperti di opposizione al Fascismo, non di democrazia), insomma poco razionale. Perché la Ragione – ha insegnato Croce – è anche e soprattutto Storia. E la Storia e l’osservazione psicologica ci hanno fatto vedere che in democrazia gli ideali si trasformano ben presto in politica di mediazioni snervanti e inconcludenti, in apparati burocratici che prendono il sopravvento, in popoli sempre più distanti, abulici, egoisti, ottusi, anti-politici. Mentre, per fare un nuovo Stato, come sarebbe una confederazione europea (“Stati Uniti di Europa”), ci vuole un idealismo diffuso, tra i politici, gli amministratori, i burocrati, i cittadini qualunque. Che oggi non c’è; anzi, ce n’è sempre meno di quel po’ che era avanzato da Risorgimento e Resistenza.
      Per di più se l'Europa oggetto del tuo amore non ti ama (e non c’è dubbio che l’Europa, perfino la modesta Unione Europea di oggi, non ama i suoi cittadini), devi lasciarla, se non odiarla. L'Europa andava ricostituita secoli fa, caduto l'Impero Romano, e soltanto nei brevi intervalli della sua travagliatissima storia in cui si presentavano le condizioni storiche adatte. Come nel Rinascimento (a opera di un Principe dispotico), nel Settecento (su stimolo degli Illuministi e ad opera d’un re illuminato), o al massimo nell'Ottocento del popolo diventato borghesia (ideali di libertà, Liberalismo romantico, idealismo, coraggio).
      Ma oggi è davvero troppo tardi. Anzi, è sempre più tardi.
E poi, perfino l'Europa geografica appare a noi, come del resto appariva a Leopardi nel 1821, troppo grande. L’Unione burocratica e mercantile di oggi ha troppi Paesi, accolti troppo affrettatamente da una classe di politicanti senza scrupoli – e quelli europei sono i più mediocri – solo per “far numero” e "massa critica", per provare in qualche modo sul campo i loro giochi virtuali di mercato globale e di “risiko” geo-politico, senza alcun coinvolgimento preliminare dei cittadini, senza nessuna lunga e lenta maturazione civile ed "educazione alla Patria comune" di popoli ormai resi cinici ed egoisti da tragedie e storie contrastanti.
Troppi limiti, insomma, perché l'unione politica e sociale possa non solo realizzarsi, ma addirittura essere desiderabile.
      E soprattutto (Leopardi, pur idealista, aveva capito tutto parlando esplicitamente di “comunione d’interessi”) va sottolineato che tutti i popoli europei hanno e manifestano tuttora, perfino dopo decenni di mercato comune, trattati e Unione economica, interessi contrastanti tra loro, che non accennano ad appianarsi, ma anzi stanno diventando sempre più divergenti col prevalere evidentissimi degli interessi di Germani, Gran Bretagna e Francia sugli altri. Non parliamo poi delle psicologie e idiosincrasie dei popoli e perfino dei singoli cittadini! Io, p.es., sento di non aver nulla a che fare con molti Paesi europei, mi sento più vicino a Israele, per dire, che agli abitanti di Svezia e Spagna, Scozia, Grecia, Malta, Cipro, Lituania, Slovenia e Croazia.

17 febbraio 2016

ARBRES monumentaux au XIX siècle: déja la défense et l'attention aux mesures.

L'amour des arbres n’est pas exclusif de notre temps, comme nous sommes amenés à croire, mais il est aussi vieux que l'homme. En effet, il y a des documents, des témoignages, que les ancêtres, même nos grands-parents, montraient un respect et une vénération particulière pour les grands arbres vétérans, chargés de branches et des siècles, comme de vrais «témoins» pas seulement de leur histoire biologique, mais aussi de l'histoire de l’homme. 
      Et planter un arbre, même pour profiter de l'ombre à l'avenir, était à l'époque un geste rituel et joyeux, qui - écrit J.J. Rousseau - donnait plus de satisfaction que l'exposition d'un drapeau interdit. Et nos ancêtres avaient même l’habitude de mesurer ces arbres (circonférence et diamètre du tronc, hauteur, longueur des branches, etc.), comme les amateurs des arbres aujourd'hui, qui semblent si “maniaques” è la plupart des personnes. Et les administrateurs, dans le cas malheureux de la mort ou l'abattage d'un arbre monumental, avaient soin de conserver dans les registres municipaux ses mesures exceptionnelles, pour la memoire future. 
      Tout cela nous l'avons decouvert par hasard en feuilletant Le Magasin Pittoresque, revue rare et raffiné de “curiosités” du Monde entier, imprimé à Paris à la moitié du XIX.e siecle, illustré de belles gravures de dessins originaux très détaillés: la photographie n'existait pas encore. Le deux articles sont datés 1850 e 1851. [N.V.] (1)

QUELQUES ARBRES REMARQUABLES
DE LA VALLEE DU LAC LÉMAN (2)
Le Magasin Pittoresque, Paris, 1851, pp.276-278

Jean-Jacques [Rousseau, NdT] parle d'un noyer qu'il avait aidé à planter sur l'esplanade du presbytère de Bossey, village où il avait passé quelques années de son enfance chez un pasteur. « Il y avait, dit-il, hors la porte de la tour une terrasse à gauche en entrant, sur laquelle on allait souvent s'asseoir l'après-midi, mais qui n'avait point d'ombre. Pour lui en donner, M. Lambercier y fit planter un noyer. 
      La plantation de cet arbre se fit avec solennité: les deux pensionnaires en furent les parrains, et, tandis qu'on comblait les creux, nous tenions l'arbre chacune d'un main, aver des chants de triomphe. On fit, pour l'arroser, une espèce de bassin tout autour du pied. Chaque jour, ardents spectateurs de cet arro­sement, nous nous confirmions, mon cousin et moi, dans l'idée très-naturelle qu'il était plus beau de planter un arbre sur la terrasse qn'un drapeau sur la brèche, etc. »
Avec la suite des années, ce noyer devint fort beau, et, depuis la mort de l'auteur d'Emile, bien des touristes fireut vers cet arbre un pèlerinage. Maintenant ce noyer n'existe plus; sans souci de son origine, ou parce qu'il l'ignorait, un paysan l'abattit en 1792.
      Non loin de Bossey, et sur le mème versant du grand Salève, s'élèvent les ruiues de l'abbaye de Pomiers, dont la fondation remonte à plus de sept siècles. La position de cet antique monastère est des plus gracieuses: adossé à la montagne, de magnifìques foréts la couronnent; de riches prai­ries partent de sa base et s'étendent au loin. C'est près de ce monument que l'on voyait des hètres gigantesques d'une venue admirable : le propriétaire actuel les a fait abattre.
      Traversons Genève pour visiter Beaulieu qui, ainsi que l'annonce son nom , est une villa sise dans l'une des plus agréables contrées du petit Sacconnex. Là esiste un cèdre du Liban planté en 1735. En 1843, sa hauteur dépassait déjà 30 mètres. Le tronc de cet arbre, mesuré en dernier lieu à un mètre du sol, a présenté une circonférence de 4 mètres 20 centimètres. L'étendue que couvrent ses branches est d'un diamètre de 19 mètres et demi.
      En cótoyant la rive vaudoise au nord du lac, on parvient à Morges. Avant d'entrer dans cette jolie cité, on longe une belle prairie, dans laquelle existe un ancien tirage: c'est là que l'on voyait encore, il y a seize ans, deux arbres jumeaux à peu près de la mème taille. Le plus majestueux de ces deux ormeaux succomba dans la nuit du 4 au 5 mai 1824, vers une heure, par un temps parfaitement calme. Il s'inclina au sud­est. Cette chute ne put étre attribuée qu'à l'extrème vieil­lesse de la plante, dont la plupart des racines se trouvèrent pourries. Deux branches énormes, et d'un poids très-consi­dérable, détruisirent l'équilibre que n'entretenait plus la résistance des racines. 

      La perte de cet ormeau causa une douleur réelle aux habitants de Morges, qui, ayant fouillé les registres publics de leur ville, trouvèrent qu'en 1541 il existait une fontaine près de ces arbres d'une grosseur re­marquable dès ce temps-là. Ces mémes registres appren­dront aux descendants que l'ormeau tombé fut mesuré, par ordre du magistrat, pour conserver le souvenir de ses dimen­sions. Voici le relevé de ce qui a été enregistré. A la sortie des branches du tronc, cet ormeau avait 11 mètres et 16 centimètres de circonférence; le mème tronc, à sa sortie du sol, avait un diamètre de 5 mètres 70 centimètres. La longueur du tronc, dès la terre jusqu'à la naissance des branches, avait une élévation de 3 mètres 88 centimètres. Cinq de ses branches principales ont offert les circonférences suivantes la première 5 mètres 44 centimètres ; la seconde 3 mètres 88 centimètres; la troisième 3 mètres 21 centimètres; la quatrième 3 mètres 10 centimètres; la cinquième 3 mètres 5 centimètres. Une de ses branches conservait une grosseur égale sur une étendue de 9 mètres 74 centimètres, et, par­venue à une élévation de 23 mètres, sa circonférence était encore de 97 centimètres. Si !'arbre survivant peut conserver ses racines bien saines, il est facile de prévoir que, dans un temps peu reculé, il dépassera considérablement en grosseur colui qui succomba en 1824.
      A une distante de 2 kilomètres de Lausanne, près de la route qui conduit en France par Cossonay, se trouve un village nommé Prilly, auprès duquel existe un tilleul d'une grosseur très-remarquable, et dont l'ombre, au treizième siècle, couvrait la justice du lien lorsqu'elle rendait ses ora­cles, ce qui doit faire admettre qu'à cette époque, dont cinq cents ans au moins nous séparent, cet arbre devait avoir déjà atteint une certaine grandeur. Des observateurs prétendent que, dans ses dimensions, il dépasse l'ormeau de Morges.

      Cet arbre géant est la propriété de la municipalité de Lausanne, qui le surveille avec soin. Une petite fontaine, appartenant à la commune de Prilly, entretient la fraicheur de ses racines. Il y a quelques années, cette fontaine exigea des réparations qui devinrent l'occasion d'un arrangement entre les deux communes. Il y fut stipulé que les habitants de Prilly prendraient les plus grandes précautions pour n'endommager en aucune manière l'arbre vénérable, et que, sans cesse, ils lui donneraient des soins et auraient pour lui une attentive sollicitude. De son coté, la municipalité de Lausanne a pris l'engagement de ne jamais faire abattre ce tilleul; en sorte que les arrière-neveux des contractants peuvent espérer de jouir successivement et pendant des siècles de la vue d'un arbre véritablement phénoménal, puis­que sa végétation est déjà étonnante de nos jours.
      Un ormeau s'éleve majestueusement à l'entrée de Lutry, et quoiqu'il ne soit pas aussi grand que le tilleul de Prilly, il n'en est pas moins très-visité, soit à cause de son ancien­neté, soit aussi pour son magnifique développement. Comme nous ne voulons nous occuper ici que des arbres de la vallée du Léman, nous signalerons seulement un til­leul qui orne Villars; il y fut planté, à ce qu'on assure, pour perpétuer le souvenir de la bataille de Morat en 1476. Traversant le lac depuis Lutry, on débarque à Meillerie, dont les rochers suspendus ne sont séparés du Léman que par la belle route du Simplon. De Meillerie, et par des sites enchanteurs, on arrive au curieux manoir des Taleman, théàtre d'une légende aussi mysterieuse que saisissante. Du manoir de Taleman, on vient a celui de Maxili, et, au milieu du plus beau panorama, on rencontre le château de Neuve­-Celle, où chacun vient admirer le châtaignier célèbre dont nous donnons un dessin. Sans doute cet arbre était déjà très développé en 1480: en ce temps il abritait un humble ermi­tage. Il présente aujourd'hui à sa base une circonférence de 13 mètres. Sa couronne a maintes fois été frappée de la foudre. Mais quoiqu' on doive regretter ces accidents , il est encore tris-remarquable: aussi voit-il, pendant la belle saison, de nombrenx admirateurs arriver d’Èvian pour se reposer sous son ombrage.
      Évian, dont les eaux minérales alcalines sont si renom­mées, n'est distant de Neuve-Celle et de son châtaignier que d'un kilomètre au plus: descendons-y terminer notre ex­cursion. Dans l’enclos des bains, nous ne trouvons ancun arbre de la dimension de ceux que nous avons déjà décrits; il n'y a dans ce petit parc ni ormeau, ni tilleul, ni châtaignier, mais on y trouve, au delà du pont qui joint la terrasse au parterre, et un peu au-dessous de la source, deux rosiers de mème forme et presque égaux en grandeur et en gros­seur, donc le tronc a 27 centimètres de circonférence. Ces arbres, quoique d'un aspect bien différent de ceux donc nous avons parlé plus haut, ne sont point pour le voyageur une moins agréable cause de surprise.
      Qui a passé une saison sur les bords du bleu Léman, au centre d'une végétation si belle, n'en perd jamais le souvenir.



LE CHÊNE GIGANTESQUE DE MONTRAVAIL
AUX ENVIRONS DE SAINTES
Le Magasin Pittoresque, Paris, 1850, pp.219-220

Le chêne dont nous donnons le dessin [voir en haut, sous le titre, NdR] est remarquable par ses énormes proportions et son grand àge; il a été si­gnalé pour la première fois à l'attention publique par un observateur savant de la Rochelle, M. Charles Dessaline d'Orbigny père, à qui les sciences naturelles doivent un grand nombre de travaux précieux.
        L'arbre existe à un myriamètre environ à l'ouest-sud­ouest de Saintes, prés de la route de Cozes, dans la vaste cour d'un manoir moderne nommé Montravail; il appar­tient à l'espèce désignée par les botanistes sous les noms divers de Quercus longaeva, Q. foemina, Q. robur, etc. Ce patricien des foréts de la Saintonge est depuis longtemps cou­ronné, mais il est assez robuste pour pouvoir vivre encore bien des siècles, si quelque main vandale n'y porte pas la hache. Son écorce, de laquelle seule il tire encore de la sèvc, est vivace, très-saine, et fournit assez de sucs nourriciers pour entretenir dans les branches un feuillage frais, trés abondant et d'un beau vert.
      Voici approximativement ses proportions: diamètre du tronc au niveau du sol, 8 à 9 mètres; - à hauteur d'homme, 6 à 7 mètres; - de la base des principales branches, 1 à 2 mètres; - du développement général des branches, 38 à 40 mètres; - hauteur du tronc au-dcssous des branches, 7 mètres; - hauteur générale de l'arbre, 20 mètres.
      On a creusé dans le bois mort de l'intérieur du tronc un salon de 3 à 4 mètres de diamètre sur 3 mètres de hauteur; on y a ménagé un banc circulaire taillé en plein bois; on place, au besoin, une table ronde au milieu, et douze con­vives peuvent facilement s'asseoir autour; enfin une fenêtre et une porte vitrée donnent du jour à cette salle à manger d'un nouveau genre, que décore une tapisserie vivante composée de fougères, de champignons, de lichens et de mousses.
      Sur une lame de 30 centimètres de bois enlevé du tronc, vers le haut de l'entrée, l'observateur que nous avons cité a pu compter deux cents couches concentriques, d'où il ré­sulte qu'en prenant le rayon horizontal de la circonférence au centre, il existerait de dix-huit cents à deux mille de ces couches, et en admettant que chacune d'elles soit le produit d'une année d'accroissement, comme c'est le cas assez général pour les arbres dicotylés, le nombre total des couches porterait son àge à près de deux mille ans !
      On espère que les propriétaires du manoir de Montravail n'abattront pas ce magnifique et unique monument de 1'an­tiquité végétale, digne, au plus haut point, de l'admiration de tous.
      D'après des renseignements qui paraîtraient certains, il existe près le bourg de Varzay, dans le mème pays, un autre arbre presque aussi volumineux que colui de Montravail.
      Le vieux chêne du cimetière d'Allouville (voy. la Table des dix premières années), près d'Yvetot en Normandie, ressemble à l'arbre de Montravail, et paraît étre de la même espèce ; mais il lui est de beauconp inférieur dans ses proportions, et on lui accorde à peine neuf siècles d'existence; cependant il est cité comme une des merveilles de la France.
      Quant à cet énorme chàtaignier dit des cent chevaux, qu'on voit sur un des flancs de l'Etna (voy. la Table des dix premières années), sa circonférence n'est formée que par la réunion de branches distinctes, mais rapprochées de manière à simuler un mème tronc; elles sortent toutes d'une base commune qui est profondément enfouie sous des cendres vol­caniques: c'est donc, non pas un tronc unique comme colui que possède le département de la Charente-Inférieure, mais la réunion de plusiears arbres particuliers. 


LES PLUS GRANDS ARBRES CONNU DÉCOUVERTS DANS L'ILE DE VAN DIÉMEN
Le Magasin Pittoresque, 1850, p.358
Un voyageur anglais vient de découvrir des arbres gigan­tesques en Tasmanie, sur les bords d'un ruisseau, au pied du mont Wellington. On les nomme dans le pays Gommiers des marais; ce sont probablement des Eucalyptus. L'un de ces arbres était abattu; voici ses dimensions. Sa longueur totale était de 90 mètres; il avait 67 mètres de bille, c'est­-à-dire depuis les racines jusqu'à la première branche; à sa base le tronc avait 9m,2 de diamètre , et 3m,7 à la naissance de la première branche. Il faut donc se figurer un arbre de 11 mètres plus élevé que le sommet du Panthéon, et de 24 mètres plus élevé que les tours de Notre-Dame.
Un autre arbre encore debout avait, à un mètre du sol, 31 mètres de circonférence; il fallait, par conséquent, vingt hommes pour l'embrasser.
      La quantité de bois fournie par un de ces colosses est pro­digieuse. Le voyageur cuba le premier dont nous avons donné les dimensions, et trouva qu'il pèserait 446 886 kilogrammes,
Les arbres dont nous venons de parler sont les colosses du règne végétal; ils dépassent la taille de la plupart des arbres; autant que les cachalots et les baleines dépassent celle des plus gros animaux. Tous les Chênes, Pins, Tilleuls, Dracaena, Adansonia, cités jusqu'ici comme extraordinaires par leurs dimensions, rentrent dans la règle commune et ne sont plus des exceptions dans le règne végétal.

TRADUZIONI
1. [PRESENTAZIONE] L’amore per gli alberi non è una caratteristica soltanto dei tempi attuali, come siamo portati a credere, ma è antico quanto l’uomo. Anzi, ci sono documenti, testimonianze, che gli Antenati, anche solo i nostri bisnonni, avevano un rispetto e una venerazione particolare per i grandi e vecchi alberi monumentali carichi di rami e secoli, come veri e propri “testimoni” non soltanto della propria vita, ma anche della storia dell’uomo. E anche piantare un albero, fosse pure soltanto per averne l’ombra in futuro, era a quei tempi un gesto rituale e gioioso che – scrisse J.J. Rousseau – dava più soddisfazione dell’esposizione d’una bandiera vietata. E i nostri Antenati avevano perfino l’abitudine di misurarli questi alberi (circonferenza e diametro del tronco, altezza, lunghezza dei rami ecc), proprio come fanno oggi gli appassionati di alberi di oggi, che sembrano ad alcuni così maniacali. Non solo, ma gli amministratori, nel caso fortuito di morte o abbattimento di un albero monumentale, conservavano nei registri comunali le sue misure eccezionali, a futura memoria. Tutto questo lo abbiamo trovato per caso sfogliando un fascicolo del 1851 della rara e raffinata rivista di curiosità Le Magasin Pittoresque che si stampava a Parigi a metà Ottocento, illustrata da bellissime incisioni su disegni originali minuziosissimi. La fotografia ancora non esisteva.
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2. [PRIMO ARTICOLO] Jean-Jacques Rousseau parla di un albero di noce che aveva aiutato a piantare sulla spianata del vescovado di Bossey, la città dove aveva trascorso diversi anni della sua infanzia presso un pastore. «C'era – dice – fuori dalla porta della torre una terrazza alla sinistra entrando dove sedevamo spesso nel pomeriggio, ma che non aveva ombra. Per dargliela, il sig. Lambercier vi fece piantare un noce. L’operazione fu fatta con solennità: i due pensionanti fecero da padrini, e, mentre veniva riempita la buca, abbiamo tenuto l'albero ciascuno con una mano, con canti di gioia. Si fece, per annaffiarlo, una specie di laghetto tutto attorno alla pianta. Ogni giorno, spettatori ardenti di questo annaffiatura, mio cugino e io ci confermavamo nell’idea molto naturale che era più bello piantare un albero in terrazza che una bandiera in violazione della legge, etc. "
      Con gli anni, questo noce divenne molto bello, e, dopo la morte dell'autore dell’Emile, molti turisti fecero un pellegrinaggio a questo albero. Ora non esiste più: o perché non si curava della sua origine, o perché la ignorava, un contadino lo tagliò nel 1792.
      Non lontano da Bossey, e sul medesimo versante del grande Salève, s’innalzano le rovine dell’Abbazia di Pomiers, la cui fondazione risale a più di sette secoli. La posizione di questo antico monastero è delle più gradevoli: appoggiato alla montagna, magnifiche foreste lo contornano; ricchi prati partono dalla sua base e si estendono a perdita d’occhio. E’ vicino a questo monumento che abbiamo visto dei faggi giganteschi meravigliosi alla vista: l'attuale proprietario li ha fatti abbattere.
Traversiamo Ginevra per visitare Beaulieu che, come denuncia il suo nome, è una villa situata in una delle più belle zone del quartiere. Là si trova un cedro del Libano piantato nel 1735. Nel 1843, la sua altezza già superava i 30 metri. Il suo tronco, misurato a un metro dal suolo, ha una circonferenza di 4 metri e 20 centimetri. L’area coperta dai suoi rami ha un diametro di 19 metri e mezzo.
      Costeggiando la riva di Vaud al nord del Lago si arriva a Morges. Prima di entrare in questa graziosa cittadina, si cammina lungo un bel prato, dove c'è un vecchio tiro a segno: è qui che si vedevano ancora, sedici anni fa, due alberi gemelli più o meno della stessa taglia. Il più maestoso di questi due olmi morì la notte dal 4 al 5 maggio 1824, verso l’una, con un tempo perfettamente calmo. Si inchinò verso sud-est. Questa caduta non poté essere attribuita che alla estrema vecchiezza della pianta, le cui radici furono trovate per lo più marce. Due enormi rami, d’un peso molto considerevole, ruppero l’equilibrio non più mantenuto dalla resistenza delle radici.
      La perdita di questo olmo fu un vero dolore per gli abitanti di Morges, che, dopo aver sfogliato i registri pubblici della città, scoprirono che nel 1541 c'era una fontana vicino a questi alberi, di una grandezza notevole per quei tempi. Questi stessi registri diranno ai discendenti che l’olmo caduto era stato misurato, per ordine del sindaco, allo scopo di conservare il ricordo delle sue dimensioni. Ecco quello che si è trovato scritto. All’attaccatura dei rami al tronco, questo olmo aveva 11 metri e 16 centimetri di circonferenza; lo stesso tronco alla base misurava un diametro di 5 metri e 70 centimetri. La lunghezza del tronco dal terreno fino all’attaccatura dei primi rami era di 3 metri e 88 centimetri. Cinque dei suoi rami principali hanno dato le seguenti circonferenze: il primo 5 metri e 44 centimetri; il secondo 3 metri e 88 centimetri; il terzo 3 metri e 21 centimetri; il quarto 3 metri e 10 centimetri; il quinto 3 metri e 5 centimetri. Uno dei suoi rami conservava una grossezza uguale per 9 metri e 74 centimetri di lunghezza, e, arrivato a un'altezza di 23 metri, la sua circonferenza era ancora di 97 centimetri. Se l’albero che sopravvive conserva le sue radici sane, è facile prevedere che in un tempo remoto supererà considerevolmente le dimensioni di quello morto nel 1824.
      A distanza di 2 chilometri da Losanna, vicino alla strada che porta in Francia, via Cossonay, si trova un villaggio chiamato Prilly, presso il quale si trova un tiglio di grandezza molto notevole, e la cui ombra, nel XIII secolo, bastava a coprire la Corte di Giustizia del luogo quando emetteva le sentenze, il che deve far ritenere che in quel momento, almeno 500 anni fa, quell’albero doveva avere già raggiunto una certa grandezza. Alcuni osservatori sono convinti che nelle sue dimensioni supera l’olmo di Morges.
      Questo albero gigante è di proprietà del Comune di Losanna, che lo sorveglia con attenzione. Una piccola fontana, appartenente al comune di Prilly, mantiene la freschezza delle sue radici. Alcuni anni fa questa fontana richiese riparazioni che diventarono occasione di un accordo tra i due Comuni. E 'stato stabilito che la gente di Prilly prenda tutte le precauzioni per non danneggiare in alcun modo l'albero venerabile, e che di continuo lo si curi con attenta sollecitudine. Da parte sua, la città di Losanna ha preso l’impegno di non far mai abbattere questo tiglio; in modo che i pronipoti dei contraenti possono sperare di godere in futuro e per secoli la vista d’un albero davvero fenomenale, dato che la sua vegetazione è già sbalorditiva ai nostri giorni.
      Un olmo s’innalza maestoso all'ingresso di Lutry, e anche se non così grande come il tiglio di Prilly, non è comunque meno visitato, sia a causa della sua vecchiezza, sia per il suo magnifico sviluppo. Poiché vogliamo occuparci qui solo degli alberi della valle del Lemano, segnaleremo solo un tiglio che orna Villars; vi è stato piantato, a quanto ci assicurano, per perpetuare la memoria della battaglia di Morat nel 1476. Traversando il lago dopo Lutry, si sbarca a Meillerie, le cui rocce sospese sono separati dal Lemano che dalla bella strada del Sempione. Da Meillerie, e attraverso luoghi incantevoli, si arriva al curioso maniero di Taleman, teatro di una leggenda tanto misteriosa che sorprendente. Dal palazzo Taleman si arriva a quello di Maxili, e al centro d’un magnifico panorama, s’incontra il castello di Neuvecelle, dove tutti vengono ad ammirare il famoso castagno che diamo un disegno [v. sopra]. Senza dubbio questo albero era già molto sviluppato nel 1480: a quel tempo riparava un umile eremitaggio. Presenta oggi alla sua base una circonferenza di 13 metri. La sua chioma è stata più volte colpita dai fulmini. Ma anche se dobbiamo dolerci per questi accidenti, è ancora molto notevole: tanto che vede, durante la bella stagione, arrivare numerosi ammiratori da Évian per riposarsi sotto la sua ombra.
      Évian, le cui acque minerali alcaline sono così rinomate, non è distante da Neuvecelle e dal suo castagno che un chilometro al massimo: andiamoci per terminare la nostra escursione. Nel recinto dei bagni, non troviamo nessun albero delle dimensioni di quelli che abbiamo già descritto; non vi è in questo piccolo parco né olmo, né tiglio, né castagno, ma vi si trova, al di là del ponte che unisce la terrazza al parterre [le aiuole con fiori e piante basse, NdT], e un po’ al di sotto della sorgente, due rosai della medesima forma e di mensioni quasi uguali, il cui tronco a 27 centimetri di circonferenza. Questi alberi, anche se di un aspetto molto diverso di quelli di cui abbiamo parlato sopra, non sono affatto per il viaggiatore un motivo di sorpresa meno piacevole.
      Chi ha trascorso una stagione sulle rive dell’azzurro lago di Ginevra, al centro di una vegetazione così bella, non ne perde mai il ricordo [trad. N.Valerio].

IMAGES. 1. La chêne gigantesque de Montravail (Le Magasin Pittoresque, 1850). 2. L'enorme châtaignier monumental de Neuvecelle, au bord du lac de Genève (Le Magasin Pittoresque 1851 (disegno di Daubigny). 3. Le Magasin Pittoresque, Paris, année 1850.

AGGIORNATO IL 7 MARZO 2016