25 novembre 2016

LAUREATI? Sempre meno. E non sono troppo diversi dagli altri per incultura.

Una laurea non fa di una persona senza qualità un genio (e neanche un colto o un erudito), e viceversa chi non ha la laurea non è detto che sia poco intelligente o un cialtrone. Fatto sta che Guglielmo Marconi, Jack London, Eugenio Montale, Thomas Edison, Ernest Hemingway e Benedetto Croce, solo per fare pochi esempi, non erano laureati; mentre qualsiasi ragazzotta-o in carriera lo è o dovrebbe esserlo oggi, fosse pure una laurea triennale, per non contare i più vari “master” di specializzazione. E molti giornalisti non laureati (sono la maggioranza: p.es. Biagi) si sono dimostrati comparabili, se non più bravi, di tanti laureati.
      Ma almeno la laurea (quella "lunga", più completa, che impone più metodo, più sacrifici), nonostante il degrado culturale e l’appiattimento degli studi universitari che tocca anche la qualità stessa delle lauree, a parte i casi in cui è davvero un “requisito minimo”, appunto minimo, indispensabile per garantire uno standard statistico medio di affidabilità accettabile per non nuocere agli altri (chimica, medicina, ingegneria civile, diritto ecc.) è la prova – unica – di un metodo. Cioè? La laurea è semplicemente la prova che la persona, qualunque sia la laurea, sa studiare, è capace di discriminare rapidamente tra testi seri e poco seri, ovvero ha un forte senso critico sia nella materia sia in generale, sa trovare le prove scientifiche di quello che afferma, sa riferire lo “stato dell’arte” in materia, oppure, se non è aggiornato e negli anni si è lasciato andare e quasi è ricaduto nell’ignoranza, purtuttavia al bisogno saprebbe andare a cercare i testi giusti o gli studi nuovi per aggiornarsi rapidamente. Ecco a che cosa “serve” una laurea.
      Un quid in più che si nota ogni giorno, quando manca. Fateci caso: chi non ha laurea, qualunque laurea lunga, è più soggetto a interpretare male fatti e persone, a essere superficiale, a capire meno un testo complesso, a cadere negli equivoci, a dar credito a qualunque tesi o suggestione individuale, a mettere tutto sullo stesso piano, idee serie e tesi balzane, verità dimostrate e timori, dati certi e voci popolari. Un maligno potrebbe commentare: ma è un po' quello che fanno quasi tutti i cronisti, per i quali "una idea vale l'altra" essendo pur sempre una “notizia” una volta che viene espressa. Certo, ecco perché per un giornalista è poco importante essere o no laureato, dice qualcuno. No, ecco perché, proprio per un giornalista, sostengo io, sarebbe indispensabile una laurea severa, proprio per selezionare e scegliere meglio le notizie, e dare il giusto peso a una tesi.

      Insomma, la laurea è utile proprio oggi, in tempi di sottocultura di massa, di "superficialità veloce", col proliferare della disinformazione, ora che libretti autoprodotti e internet permettono a chiunque di diffondere notizie o “spiegazioni” su cibo, politica, storia, scienza, medicina ecc. creando leggende metropolitane e mistificazioni d’ogni genere. Anche se con la crisi del lavoro intellettuale spesso i laureati vanno ad affollare l’insegnamento, la pubblica amministrazione, le professioni, e perciò uscendo dagli studi attivi potrebbero perdere l’abitudine al vaglio critico, oppure si rintanano nell’Università, lontano dai clamori del Mondo e dal mondo degli adulti, spesso luogo di scontro o concorrenza sleale con altri docenti, quando non accademia bolsa e conservatrice come ripeteva Croce, un luminoso esempio di “non laureato” proprio per un’aristiocratica e selettiva concezione della cultura e degli studi, un intellettuale che studiò, e con metodo ultra-rigoroso, tutto il giorno, tutta la vita.
      Ma essere ultimi per numero di lauree (24% Italia, nella fascia di età 25-34 anni, contro il 41% della media dei 34 Paesi Ocse), secondo una ricerca dell’OCSE (2015) riportata dai giornali, come capita all’Italia che fu il primo Paese al Mondo a fondare un’Università degli Studi e ad avere perciò i primi laureati, è il segno di un ambiente intellettuale, scolastico e culturale degradato, un pessimo sintomo di decadenza, perfino morale. Che gli Italiani di oggi, ben diversi dai colti Grandi Uomini dell’Italia del passato di cui ci vantiamo sempre ipocritamente, non amino studiare e perfino leggere, si era capito da tempo. Ma questa è la base intellettuale, sociale e starei per dire antropologica della nuova Democrazia di massa: vuole uomini mediocri e ignoranti; anzi, troppi intellettuali – con il loro esasperato senso critico, figuriamoci – sarebbero d’impaccio.
      Così, il tessuto psicologico e sociale della popolazione dominante è totalmente invertito rispetto all’Antichità etrusco-romana o rinascimentale: in pratica è come se, grazie al suffragio popolare, proprio quei servitori e contadini muti e senza idee che vivevano ai margini della società al tempo dei colti (i “laureati” dell’epoca) Cicerone e Seneca, Machiavelli e Leon Battista Alberti, oggi fossero al Potere e risultassero determinanti in ogni sia pur piccola scelta nella società. Una vera e propria regressione parallela, cioè doppia (la maggioranza conquistata dal popolo senza titoli di studio, e l’inizio della decadenza della qualità stessa degli studi e dei titoli accademici) che in Italia può esser fatta convenzionalmente iniziare attorno al 1912 (“Patto Gentiloni” che convinse le masse cattoliche a partecipare al voto).
      Non che basti un titolo di studio elevato, ripeto, per garantire cultura (non solo generale, spesso carente, ma specialistica) e tanto meno un vigile senso critico ogni giorno e per tutta la vita. Soprattutto in situazioni imprevedibili o di stress. Basta assistere a certi dibattiti televisivi. Dove, però, le pecche evidenti dei “laureati” o assimilati sembrano dovute più a deficit di carattere, cioè all’eventuale ruolo psicologico dell’emotività o faziosità. o alla lentezza o inadeguatezza nell’altercare, che a carenze di personalità, cioè di intelligenza, idee e cultura. Fatto sta che spesso nella vita quotidiana, a sentirli parlare, ragionare, argomentare, prendere posizione, i laureati, i professori universitari, gli “esperti”, fanno imprevedibilmente una modesta figura; tanto che molti di loro, e non i migliori, quando si vedono costretti a confrontarsi con la gente qualunque o appaiono in televisione devono sopperire con l’altezzosità, l’arroganza o la prosopopea, “atteggiamento – dice un dizionario – improntato a una presuntuosa e talvolta ridicola gravità”, che altro non è che un recinto di protezione che dovrebbe difenderli con un’opportuna distanza dalle critiche del popolo per definizione ignorante.
      Di fatto, osservando come parlano e soprattutto come discutono e litigano gli Italiani, a quali argomenti di "prova" ricorrono per vincere in una qualsiasi contesa, la prima apparenza è che tutti, laureati o no, colti e incolti, siano infantili e sottoculturali, emotivi e illogici, faziosi e intolleranti delle ragioni dell’altro. Non solo al bar, ma soprattutto nelle famigerate trasmissioni "corrida" in tv, e perfino in Parlamento, per modo di argomentare, cultura e "logica" aberrante (tipico è il procedimento di passare rapidamente da un argomento sul quale si sta perdendo o non si ha più nulla da dire a un altro del tutto imprevedibile), constatiamo spesso che tra uomo della strada e politici di non c'è differenza. Solo che il primo è peggiore per faciloneria, i secondi sono peggiori per arroganza.
      Laureati o no, anche su internet e Facebook, come si capisce dall’insofferenza per la lettura di testi che superino le 10-20 righe o poco più, dal rifiuto della lettura in genere, specialmente storica e saggistica, e anche dai grossolani equivoci e commenti sottoculturali, è evidente che molti hanno perfino difficoltà a capire al volo il significato complessivo d’un periodo o d’una frase appena un po' articolata (p.es. con analogie, paralleli ironici, frasi subordinate, qualche “ma”, “tuttavia”, “d'altra parte” ecc.). Di qui risposte rapide ed emotive, polemiche, qui-pro-quo ecc. E succede, dicono alcuni studi scientifici, anche agli esami di abilitazione di insegnanti di lettere!

      Ma probabilmente in questa grave carenza influisce la scarsa abitudine alla parola, scritta per gli incolti totali, parlata per i colti, scritta e parlata per i laureati d’annata ricaduti in una sorta di analfabetismo funzionale. Dopotutto – rivelavano altri studi – gli Italiani, e i cittadini dei Paesi cattolici in genere, hanno scarsa dimestichezza sia con le assemblee e le discussioni in pubblico, sia con la rapida interpretazione di un testo un poco complesso, anche per i limiti di alfabetizzazione nelle aree marginali e lo sfavore con cui la Chiesa tradizionalmente ha visto la lettura dei libri presso il popolo, nel timore che vi si diffondessero idee illuministiche, libertine o rivoluzionarie o ateistiche (“Li libbri, fiji, nun li leggete”, fa dire al classico prete ultra-conservatore G.G. Belli nei suoi Sonetti, ancora a metà Ottocento). Forse è il retaggio di queste oscure paure reazionarie tipiche della sottocultura cattolica che domina l'Italia dalla fine del Fascismo che siamo agli ultimi posti anche per spesa pro-capite per istruzione rispetto al Prodotto Interno Lordo (v. secondo grafico Ocse). E in effetti, gli Anglosassoni protestanti e gli Ebrei, che sono sempre stati in grado di prendere la parola in pubblico in qualche associazione o in parrocchia o in sinagoga, e anche di interpretare personalmente la Bibbia, hanno, all'opposto, sempre dato la massima importanza alla scuola, alla cultura e al merito dell'intelligenza, con risultati evidentissimi anche nel numero di premi Nobel assegnati.

10 novembre 2016

DEMOCRAZIA USA. La Clinton ha più voti dai cittadini, ma è eletto Trump.

Da liberale e democratico non mi piace ogni sistema elettorale che non rappresenta la volontà dei cittadini, volontà che dovrebbe essere il fondamento elementare di una Democrazia, specialmente quando arriva a falsare addirittura i risultati di una votazione importantissima, quella del Presidente americano. Ebbene, nella consultazione dell’8 novembre 2016 per l’elezione del successore del presidente Obama, il famigerato tradizionale “sistema USA” di voto, mediato dai cosiddetti Grandi Elettori dei vari Stati, ha fatto un poco violenza alla volontà dei cittadini, aggiungendosi alla grande violenza che i cittadini, tutti, si sono fatti da sé con la propria ignoranza ed emotività.
      Dopo la vittoria del repubblicano ultra-conservatore Trump, molti che non conoscono quel complicato sistema elettorale (a cui purtroppo si informano anche i sistemi europei, visto che il peggio – purché Usa – viene sempre copiato) si sono meravigliati molto nell’apprendere che in realtà - a tener conto del voto dei cittadini - è stata la candidata democratica Hillary Clinton ad avere vinto. C’è poco da discutere, i numeri parlano chiaro: secondo i dati finali diffusi da Dave Wasserman del Cook Political Report, Hillary Clinton ha ricevuto dai cittadini degli Stati Uniti ben 64.223.958 voti, mentre Donald Trump, il "Presidente eletto", ne ha ottenuti 62.206.395, ovvero ben 2.017.563 voti di meno (riporta Ansa).
      Due milioni di voti non sono né pochissimi né irrilevanti in una competizione a cui partecipano pochi cittadini, ormai una minoranza. L’affluenza al voto, infatti, sarebbe stata, da fonti televisive (dato provvisorio) pari a poco più del 50%, ma non riferita all’intera popolazione, e neanche al corpo elettorale, ma solo ai cittadini che si erano iscritti nelle liste (operazione laboriosa negli Stati Uniti e che vuole la richiesta esplicita, insomma un comportamento attivo con incombenze burocratiche, del cittadino). È da ritenere perciò che per larga approssimazione solo un terzo degli aventi diritto al voto abbia votato.

Il ruolo dei candidati di disturbo: oltre 5 milioni di voti, per lo più anti-Clinton
      Alcuni osservatori di cose americane guardando le cifre avanzano l'ipotesi che non Trump, ma i candidati minori o di disturbo siano stati determinanti a spese della Clinton. E' un atteggiamento psicologico ben noto: non avendo nessuna possibilità di vincere avrebbero preferito vendicarsi della propria impotenza facendo perdere uno dei candidati, dimostrando così in qualche modo di esistere politicamente. In Italia lo facevano anche i gruppuscoli a sinistra del Pci e del Pds. Nelle ultime elezioni americane i candidati di disturbo, di ogni provenienza ma in realtà quasi tutti contro la Clinton, hanno totalizzato il 5% dei voti popolari e  scrive il politologo e americanista Massimo Teodori su Huffington Post  sono stati determinanti in ben 5 Stati dell'Unione: «I seguenti stati sono stati vinti da Trump con un margine infimo di voti popolari: Michigan (0,27%), New Hampshire (0,37%), Wisconsin (0,93), Pennsylvania (1,24%) e Florida (1,27%). In tutti questi Stati, i "terzi partiti" hanno ottenuto intorno al 3%-4%». 
      Insomma se il libertario ex-repubblicano Johnson (oltre 4 milioni di voti, mica spiccioli, e molti provenienti anche dal bacino elettorale dei Democratici), la ecologista Green (un milione e 200 mila voti, tutti sottratti ai Democratici) e altri minori avessero rinunciato; e soprattutto se gli elettori – immaginiamo giovani ed emotivi – non li avessero votati disperdendo i voti, l’odiosa-odiata ma esperta e democratica Clinton sarebbe stata eletta Presidente degli Stati Uniti al posto del cialtronesco e imbarazzante Trump. Che perciò deve ringraziarli, insieme ai giornali, alle tv e ai frequentatori di Internet e dei social forum che lo hanno "lanciato" e favorito come sostenitori o anche solo per averlo messo in burletta ripubblicando foto e gaffes. E' una legge della comunicazione di massa: più si critica citando testi e pubblicando foto scandalose, più si fa pubblicità alla persona criticata.. 
      E invece quegli elettori marginali ma determinanti hanno ottusamente votato “secondo coscienza”, senza sapere che in Democrazia contano gli effetti del voto, più del voto stesso, e che la coscienza deve occuparsi di quelli più che di questo. 
      Ma di questi candidati ed elettori marginali nessun opinion maker sapeva nulla, neanche la stessa Clinton, che ha speso milioni di dollari per la campagna elettorale e i sondaggi? Neanche i giornalisti e i commentatori avevano informazioni riservate? E allora perché non hanno parlato, che dico, messo in guardia? Insomma, deve essere stata una lotta di stupidi contro stupidi. E ha vinto il meno stupido e il più fortunato: Trump

Il complicato e irrazionale sistema elettorale americano
      Negli Stati Uniti le elezioni del Presidente sono elezioni di secondo grado. Prima i cittadini eleggono i Grandi Elettori, poi questi delegati eleggeranno in un secondo momento il Presidente. I Grandi Elettori, eletti in ciascuno Stato con sistema maggioritario (il partito che ottiene anche un solo voto in più si prende tutti i Grandi Elettori), sono 538 (numero pari alla somma di senatori, che sono 2 per ogni Stato, e dei deputati, che variano a seconda dei residenti, oltre ai rappresentanti del Distretto di Columbia, la capitale Washington). Per diventare presidente bisogna raggiungere la maggioranza assoluta dei voti dei Grandi Elettori, cioè almeno 270.
      Ogni Stato ha i propri criteri per candidare i Grandi Elettori. Di solito vengono premiati in questa occasione coloro che più si sono spesi nella campagna elettorale per il partito o personaggi simbolo o molto popolari: quindi tra di loro ci può essere chiunque, dall’avvocato locale al militante paladino dei diritti civili, fino al cantante rock. La California, come Stato più popoloso, ha avuto nel 2016 il maggior numero di Grandi Elettori (55), seguita dal Texas (38) e dalla Florida e New York (29). Se, p.es., il candidato democratico vince (ha più voti dei cittadini) in Florida, si prende tutti e 29 i Grandi Elettori a disposizione dello Stato, scelti però nella lista fatta in precedenza dai democratici, non in quella repubblicana. Ma il bello è che solo 24 Stati hanno una legge che obbliga i propri Grandi Elettori a seguire il voto popolare. Alcuni delegati, perciò, potrebbero anche tradire il voto popolare e cambiare voto: è successo, anche se raramente.
      Fatto sta che con questo arbitrario e complicato sistema, dei 538 Grandi Elettori totali in questa elezione ben 306 sono andati a Trump e solo 232 alla Clinton. Un “effetto paradosso”, visto che quest’ultima aveva riportato più voti da parte dei cittadini.

Le proteste del regista e opinion maker Michael Moore
      Invece negli Stati Uniti il sistema elettorale è tabù: nessuno ne parla, dandolo per scontato, immodificabile. Tanto meno protesta. Solo il combattivo regista e opinion maker democratico Michael Moore, nella sua pagina Facebook, ha sollevato il problema esortando i cittadini democratici a non considerarsi sfortunati o perdenti, ma a comportarsi sapendo di essere maggioranza nel Paese:
      «Tutti devono ripetere a quelli che incontrano oggi questa frase [in maiuscolo nel post, NdR]: “Hillary Clinton ha vinto il voto popolare”» ha scritto Moore, che così continuava: «La maggioranza dei nostri concittadini americani ha preferito Hillary Clinton, invece di Donald Trump. Se vi siete svegliati stamattina pensando di vivere in un Paese fregato, state sbagliando. La maggior parte dei vostri concittadini Americani voleva Hillary, non Trump. L'unico motivo per cui Trump è presidente è per una folle, oscura, idea del 18° secolo chiamata Collegio Elettorale uninominle. Finché non cambieremo le cose, continueremo ad avere presidenti che non abbiamo eletto e non volevamo».
      In effetti, per il paradossale e ingiusto sistema uninominale secco americano (lo stesso che i nostri Radicali volevano importare per “filo-americanismo” estremo e provocatorio) nessun altro oltre il combattivo e irruento Michael Moore ha protestato, dopo e tanto meno prima delle elezioni, quando certamente sarebbe stato più corretto farlo. Anche se Moore potrebbe rispondere che protesta solo ora, proprio perché ha constatato che, malgrado un non irrisorio margine di voti popolari a lui contrario, si è imposto un candidato che probabilmente intaccherà diritti, prevenzione, sanità e stato sociale, tutte cose per le quali è auspicabile essere eletti a larghissima maggioranza, anche del voto dei cittadini.
      Solo il Partito Democratico si è complimentato con la Clinton per i “tanti voti popolari" avuti, guarda un po'. Come se il voto diretto dei cittadini fosse una cosetta secondaria in Democrazia, dove si può vincere anche per un solo voto...
      E invece tutti a straparlare di Grandi Elettori, Collegi e Stati, di complesse e arzigogolate alchimie e, magari, chissà, di adesioni politiche con voti di scambio. In barba ai cittadini.
Che cosa c'entrano gli Stati e i Collegi locali, con l'elezione non di senatori locali, ma dell’unica carica che unifica e, appunto, rappresenta tutta la Federazione, quella del Presidente degli Stati Uniti? Nulla.
      Insomma, è chiaro che negli USA c'è un significativo gap tra cittadini e rappresentanti, e che il metodo obsoleto di voto dovrebbe essere cambiato. Certo, siamo consapevoli della complessità del vasto e variegato mondo americano, ma auspichiamo la mera addizione nel computo dei voti popolari almeno per l'elezione del Presidente, visto che proprio in questa occasione tutto il popolo americano si riunisce per votare. Se deve essere il Presidente di tutti e non un mero coordinatore degli Stati singoli, allora deve essere votato tenendo conto esattamente dei voti di tutti i cittadini, non degli Stati
      Altro che “una testa, un voto”, come intendevano agli albori della Democrazia i Padri Costituenti europei e americani, sia pure con le cautele e paure già dette.

Una petizione in extremis perché i Grandi Elettori votino diversamente
      Intanto, negli Stati Uniti, molti cittadini colpiti dall’elezione di un personaggio così manifestamente inadatto all’altissima carica di Presidente, tanto da essere non solo imbarazzante ma un vero pericolo per la democrazia e la libertà dell’Occidente, una petizione popolare su Change.org – riferisce un articolo del Fatto Quotidiano – ha raccolto oltre due milioni di firme, rivolgendo ai Grandi Elettori che si riuniranno il 19 dicembre l’invito disperato a non votare Trump, ma la Clinton, perché Trump è “inadeguato” alla carica presidenziale: “La sua impulsività, la sua abitudine alla prepotenza, a mentire, i suoi trascorsi di molestie sessuali e la profonda mancanza di esperienza lo rendono un pericolo per la Repubblica“. Anche se è improbabile, teoricamente un simile tradimento sarebbe possibile, e perfino nei 24 Stati dove è vietato, ci sarebbe solo una piccola multa in caso di “tradimento” del voto.

Uno dei Padri Fondatori (1788): i Grandi Elettori creati per evitare le decisioni pazze del Popolo
      Parole che rimandano alla prudenza e alle paure che manifestarono sui rischi del voto popolare diretto gli stessi Padri Fondatori americani. Uno di questi, Alexander Hamilton, nel 1788 su The Federalist definendo le ragioni dell’esistenza del Collegio elettorale, aveva chiaramente spiegato che si trattava di uno strumento intermedio creato proprio per timore della democrazia diretta e per tutelare l’onorabilità della Presidenza, a evitare la “tirannia delle masse”. Perché il popolo, scriveva, “raramente giudica o decide nel modo giusto”. Invece, con l’intermediazione del Collegio dei Grandi Elettori tra il voto popolare e la Casa Bianca, “la carica di Presidente non finirà mai nelle mani di un uomo che non sia dotato in massima misura dei requisiti indispensabili”. Davvero illuminante questa diffidenza, ancora aristocratica e settecentesca (chi l’avrebbe immaginato, a parte gli studiosi di storia politica americana?), nei Padri Fondatori del Federalist. Ed erano ben altri tempi, con la società di massa ancora di là da venire! Figuriamoci che cosa penserebbero della democrazia populistica di oggi e della sua vera e propria “dittatura delle masse”.
      Però, con tutto il rispetto per il Padre Fondatore Hamilton, vorrei ricordargli (mentre si sta rivoltando nella tomba al pensiero che un tipo come Trump stia alla Casa Bianca) che, sì, ha ragione nel temere i colpi di testa del voto popolare, ma stavolta, la distorsione evidente (il voto a un uomo di nessuna esperienza e impresentabile) è creata non dal voto popolare, ma proprio dal Collegio di elettori intermediari da lui giustificato.
      Comunque, per il suo programma e per le esternazioni espresse in campagna elettorale, secondo l’elettorato democratico Donald Trump non ha quei requisiti minimi a cui accennava Hamilton. Del resto, aggiunge la petizione, non ha vinto il voto popolare. Ora la petizione spera – conclude Il Fatto – che sia pure in extremis Trump non vinca neanche le elezioni da parte del Collegio dei Grandi elettori.

E in Europa? Crisi del voto maggioritario e del bipolarismo: tornare al proporzionale
Soprattutto in Italia, ma ormai un po' in tutta Europa, dove vigono soprattutto i sistemi parlamentari e non presidenziali, sono il sistema maggioritario, il personalismo e il bipolarismo a essere sotto accusa: sono fonte di gravi distorsioni della volontà popolare e di ingiustizie politiche. Eppure la classe dirigente fa orecchie da mercante. Poi non si lamenti della crescente disaffezione dei cittadini, che sempre meno si occupano di politica e si recano a votare.
      Secondo noi, la terapia al caos e al populismo è una sola: tornare al voto proporzionale puro. Sarebbe la scelta più semplice e naturale, da che mondo è mondo: "una testa, un voto". Sistema tra l'altro facilissimo da calcolarsi, immune da trucchi ed errori di conteggio, e comprensibile immediatamente dai cittadini. E' l'unico onesto, perché veritiero sugli umori e i cambiamenti di idee dei cittadini.
      Ma a parte la riproduzione fedele del parere dei cittadini, il sistema proporzionale ha anche un valore altamente liberale e democratico, perché per fare le maggioranze costringe le forze politiche al dialogo costruttivo e agli accordi, dimostrando che la lotta politica in un sistema liberale vede nei contendenti non nemici o dominatori assoluti ed esclusivi l'uno dell'altro, ma soggetti dialoganti concorrenti su un piano di parità e correttezza.
      E poi il sistema di voto proporzionale agisce anche da preventivo verso le patologie sempre più gravi della democrazia moderna. La prima delle quali è il rischio di ridurre tutta la contesa politica a una sfida da Far West tra due candidati che inevitabilmente, vista la contrapposizione plateale e personalistica, inevitabile nel sistema uninominale e maggioritario, finiscono per essere due demagoghi sedicenti “carismatici”, senza idee originali o populisti. Le vicende politiche di parecchi Stati europei, Italia compresa, parlano chiaro dei limiti gravi e del carattere politicamente diseducativo e spettacolare del sistema all’americana, addirittura scimmiottato inserendo il nome del candidato Presidente (o della Repubblica o del Consiglio dei Ministri) direttamente sul logo dei partiti competitori e della scheda elettorale.
      È ora, perciò, di dire basta a queste americanate che non funzionano neanche in America! Torniamo al voto proporzionale, semplicemente sommando i voti individuali “un cittadino, un voto”. Facciamo la normale somma dei voti dei cittadini, senza arzigogoli e trucchi complicati. Questo spingerà i Partiti alle coalizioni, al bilanciamento, ed eviterà i colpi di testa, il massiccio voto di protesta e gli inquietanti personaggi, o totalmente inesperti o carismatici.
      Davvero, non è solo colpa del Populismo e della Demagogia, ma anche dei sistemi elettorali furbi o sbagliati se la democrazia sta andando in rovina e la politica è così screditata.

AGGIORNATO IL 24 NOVEMBRE 2016

13 ottobre 2016

DARIO FO, istrione di genio. Così contro il Potere da diventare “giullare di Corte”.

Sottovalutato da attore comico e satirico, supervalutato da uomo di cultura e di ideologia, Dario Fo ha lasciato oggi questa Terra, sicurissimo di non approdare a nessun’altra. Come non ha fatto notizia l’inizio della sua carriera, così ora fa notizia la sua morte: singolare eccezione nel Paese in cui i buffoni non muoiono mai.
      In effetti, come dice con umorismo involontario la pubblicità di Radio Radicale, nessuno come lui era davvero così “dentro ma fuori dal Palazzo”. Senza quest’ultimo, sarebbe morto anzitempo e di freddo nel cortile: gli è convenuto, perciò, entrare.
      E infatti la famosa Fondazione Nobel (dall’inventore delle bombe e della dinamite) lo aveva premiato con un Premio sontuoso, lui ultra-pacifista e non-violento (verso gli amici; un po' meno verso i nemici), ma che da giovane aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini (ma i giovani sventati, si sa, fanno sciocchezze per entusiasmo; e del resto lo stesso aveva fatto un altro grandissimo istrione, Giorgio Albertazzi, forse perché il Fascismo è falsità estrema, teatro nel teatro).
      Legatissimo al Potere, per criticarlo a sangue (“Far odio” è l’anagramma perfetto del suo nome), ha dovuto per tutta la vita abbeverarsene avidamente, lucrando così senza averla programmata e quasi subendola, una comoda rendita di posizione di Critico Numero Uno, una sorta di involontario “buffone di Corte patentato e riconosciuto”, secondo l’antica e dignitosa tradizione italiana rinascimentale. La sua "maschera" inconfondibile, la sua esplosiva e irriverente risata, i suoi sberleffi circensi, nascondevano la durezza implacabile, quasi l'odio, del vero artista satirico.
      Una vera guerra continua, la sua: l'arma dello sghignazzo senza pietà di un pupazzo buffo, matto ed eterno bambino contro altri pupazzi mascherati, altrettanto buffi, quelli del Potere. Un pupazzo che al culmine del successo, conseguito grazie all'aiuto fondamentale della moglie Franca Rame, vera attrice e unica guida vera, che venendo da una famiglia di teatranti ha nel sangue il palcoscenico, nei primi anni Sessanta si stanca di fare il giocattolo della "borghesia", che ride e gli dà soldi per essere presa in giro, e approfittando della cacciata dalla RAI per aver parlato a Canzonissima di mafia e morti sul lavoro, passa dall'altra parte: la denuncia delle ingiustizie sociali.
      Ma nonostante la faziosità, la divisione del Mondo in "buoni" e "cattivi", la semplificazione manichea tra amici e nemici, e i conseguenti errori, anche quelli più vergognosi (i nemici ricordano ancora l'imperdonabile difesa degli assassini di neo-fascisti Mattei nel "rogo di Primavalle" e la mancata condanna delle Brigate Rosse; ma come si può rimproverare un artista di non capire nulla di Politica? E' la norma!), la sua satira si serviva sempre d'una fantasia gioiosa e liberatoria che era il suo modo "da circo" di fare teatro. Più che attore era un clown irriverente. Attratto e schifato, insieme, dall'oggetto dei suoi sberleffi. Come càpita ai satirici – vedi il romanesco G.G. Belli – la dipendenza parassitaria dall'eterno oggetto della satira, specialmente quando un generico e onnicomprensivo "Potere" finisce per abbracciare tutta la società, era evidente, e provocava una certa ambiguità. Fatto sta che per decenni, quella di Fo è stata l'unica vera opposizione di stampo popolare nella cultura dello spettacolo (e del teatro in particolare, sempre elitario) che si sia vista in Italia.
      Però, non venitemi a dire che Dario Fo era "anti-italiano": al contrario, sia per forma che per contenuto era italiano, italianissimo.
      Nel Paese degli istrioni, narcisi perdutamente innamorati di se stessi che si vedono sempre, per tutta la vita, “un uomo solo sul palco”, e pur dicendosi “indipendenti e soli con la propria coscienza”, anche quando sono Presidenti del Consiglio recitano in televisione a reti unificate un copione in realtà dettato dal pubblico (e come spiano la platea per modificare in tempo le battute e avere il massimo degli applausi!), Fo è stato un istrione sommo, un narciso incomparabile. Un italiano perfetto.
      Nel Paese dei guitti girovaghi di villaggio in villaggio, di parrocchia in parrocchia, sul loro carro di Tespi alla ricerca di qualche spicciolo per le loro filastrocche, ma più vogliosi di pubblico che di soldi, Fo è stato un guitto che ha fatto il giro di tutte le parrocchie. Un italiano vero.
      Nel Paese dei “buffoni di Corte” al servizio del Principe (ovvero, i Potenti di turno), compresa quel po’ di crudele critica di costume, ma innocua a ben vedere, sui soliti “malvagi” e “sfruttatori”, sempre gli “altri” ovviamente, sempre assenti dal palco, dalla platea e dalla reggia (il militare, il poliziotto, il prete, l’industriale, il capitalista, il fascista, il ministro), che fa tanto colore, riempie sempre i teatri, e in fondo piace anche al Potere, quello vero, che sta sempre da un’altra parte, e spesso – paradossi della vita – sta dietro allo stesso palco, Dario Fo è stato anche il Comico Ufficiale, il buffone di Corte per antonomasia, sempre osannato – qualunque cosa facesse o dicesse, anche sbagliata – dal monopolio della Corte dominante: giornali, mondo dello spettacolo, intellettuali, opinionisti. Insomma, bravissimo sul palco, ma fuori dal palco anche lui, perfino lui, un “amico degli ambienti giusti”, o per dirla col solito eufemismo, un “fortunato”. Italiano tipico.
      Fascista durissimo e antifascista implacabile nel giro di pochi anni, come molti Italiani, la sua incoerenza aveva una certa paradossale linea di “continuità” ideologica, qualcosa di “coerente”. Dal Fascismo di Mussolini al Partito Comunista di Togliatti, dalla Sinistra estrema di anarchici e “gruppuscoli” fino al Movimento 5 Stelle di Grillo, fu sempre comunque contro l’Occidente. Il Liberalismo non lo capì mai. Ecco perché, non solo per la vita, la carriera, la parabola nelle idee politiche, la genialità teatrale, la fantasia fresca e infantile di questo grande Commediante, più italiano degli Italiani anche negli errori, che non si è mai sentito “di Destra” neanche da fascista-comunista-grillino, convinto come tutti gli Italiani di avere avuto sempre ragione, ora la sua morte è celebrata come evento nazionale, santificata.
      Come si usa in Italia, dove all'avversario o rompiscatole che lascia il campo si fanno ponti d’oro, allo stesso modo, spedito finalmente nell'Aldilà l’ingombrante personaggio di turno, purché a decesso avvenuto e col certificato del medico, tutti, anche e soprattutto i nemici, improvvisamente parlano bene del Defunto. La soddisfazione di essere "postumi" è impagabile. Del resto, si sa, solo per la Chiesa e quindi solo in Italia i morti sono tutti Santi.
      Nel frattempo ci risuonano nelle orecchie le note stonate di "Bella ciao" suonata a tutto spiano ai suoi funerali "laici" (il nobile laicismo c'entra poco con Fo: non era meglio dire "non religiosi"?), una contraddizione stridente per una persona che - genio mimico e teatrale a parte - proprio negli anni di Bella Ciao era dall'altra parte della barricata. E si badi, l'altra parte allora non era il Fascismo "imborghesito" stile anni 30, ma proprio quello - se possibile - ancora più abietto e revanscista della RSI, vicina ai Nazisti! Si può, anzi si deve cambiare idea, se a vent'anni si era immaturi, ma poi un po' di buon gusto e un profilo basso e dignitoso per il convertito sono fondamentali.
      “Fu vera gloria?” Il Tempo lo dirà, e sarà inesorabile.

IMMAGINI. 1. La sua famosa risata. 2. Quattro espressioni della mimica di Dario Fo.

AGGIORNATO IL 14 OTTOBRE 2016

16 agosto 2016

CORPO e sport di oggi. Altro che cultura classica: gli atleti sembrano disarmonici.

Siete degli esteti? Allora è meglio che non assistiate alle gare delle Olimpiadi in modo troppo critico. Se davvero lo sport di oggi, è ormai solo spettacolo, che spettacolo è quello di un’èlite super-selezionata, che allo spettatore appare stranamente goffa e sgraziata, quasi deformata dall’eccesso di esercizio fisico e dalla competizione agonistica più dura? Ma non si era detto che lo sport, l’atletica, le Olimpiadi, sono l’inno al rigoglio fisico della migliore gioventù e, in particolare, queste ultime, il mito realizzato del dilettantismo più puro e disinteressato?
      Macché. Certo, ci sono atleti giovanissimi che esplodono all’improvviso nelle Università e fanno un’apparizione effimera, per poi tornare nel magma indistinto della folla da cui provengono. Ma si sono visti anche atleti pateticamente attempati, che perdono capelli, incanutiscono e invecchiano anzitempo a forza di calcare le piste, come vecchi attori, esperti, sì, ma spompati, finendo per gareggiare anche per quattro Olimpiadi di seguito, cioè per quasi 20 anni. Una continuità e un impegno che ricordano tanto il professionismo. Ma questo è un altro discorso.
      E allora,, quei segni evidenti di degrado fisico che osserviamo con stupore in televisione vogliono dire che gli atleti olimpici vengono scelti dal Caso tra il popolo, su cui hanno inciso abitudini e stili di vita sbagliati, oppure sono già segni di “malattia professionale”, effetti collaterali dello stress del professionista? Insomma, troppo poco o troppo sport?
      Sarò condizionato dalla cultura classica del corpo che – colpa dei Greci, per lo più piccoli e bruttini – ha abbellito in modo esagerato e innaturale fino a idealizzarlo il corpo degli Dei e degli Eroi, per dimostrare vera l’identità filosofica tra il kalòs (bello, armonioso) e l’agathòs (buono, valoroso); però, lasciatemelo dire, quanti corpi sproporzionati si sono visti alle ultime Olimpiadi!
      Lo so che è lessicalmente e filosoficamente scorretto pensare e dire queste cose, in certi casi addirittura vietato, proprio in quell’Occidente pseudo-liberale che si permette di insegnare la libertà al Mondo, mentre non mostra di apprezzare o addirittura tollerare né lo spirito critico, né la satira. Come sa bene Giuseppe Tassi, direttore del Quotidiano Sportivo, licenziato dal proprietario Riffeser per aver dato, e pure affettuosamente, delle “cicciottelle” ad alcune arciere italiane.
      Ma appunto per questo sottolineo con forza il diritto di dire la propria opinione anche in fatto di estetica, e comunque il diritto a usare le parole più chiare e dirette tramandateci dalla nostra grande letteratura - nel massimo rispetto delle persone, s'intende - senza essere costretti all'ipocrisia dei giri di parole o neologismi, o senza essere condannati alla censura.
      Ma purtroppo oggi tutti si vergognano di tutto, e soprattutto non amano essere definiti. Una curiosa pruderie piccolo-borghese per cui l'antico spazzino deve essere chiamato "operatore ecologico", l'antica serva dapprima è diventata "cameriera", poi "collaboratrice domestica", e lo zoppo o sciancato di Shakespeare, Ovidio e Boccaccio è stato trasformato prima in handicappato, poi in"disabile", ora ancor più ipocritamente in "diversamente abile".
      Figuriamoci se a uno dai in pubblico e per iscritto del "ciccione", sia pure bonariamente: il suo avvocato lo spingerà a querelarti! Le parole, per chi è ignorante, non hanno o hanno perso la loro antica dignità letteraria. Oggi per i molti incolti della società di massa, su cui si fonda la finzione rituale della Democrazia, le definizioni, non parliamo poi dei giudizi di valore, delle gerarchie estetiche, della stessa critica, sono diventate tabù. Del diritto di parola e della libertà di espressione (che mette tutti sullo stesso piano: tutti possono replicare con altrettali parole) non sanno che farsene. L'unica preoccupazione è l’esigenza populistica ed “elettoralistica” (i lettori sono anche elettori) di non urtare la suscettibilità di nessuno, anche se infondata perché non c'era nessuna volontà di offendere.
      Perciò, non si può dire che molti atleti moderni sono "brutti", ma al massimo e solo eventualmente, a parere personale, comparati con i modelli estetici delle statue antiche, disarmonici, muscolarmente sbilanciati.
      Eppure certe immagini parlano da sole, Signori Giudici, di vero e proprio sovrappeso, perfino di obesità: basta avere gli occhi per guardare! E la Storia dello sport parla: ci sono stati perfino portieri di calcio pesanti ben 130 chilogrammi.
      Eppure, rendendo ancora più ipocrita l’idealizzazione scultorea dei Greci, che almeno era soltanto etico-estetica, anche i moderni mistificatori pretendono che gli Eroi, gli Dei di oggi (e che altro sono gli atleti vincitori?) siano dipinti non come sono in realtà, come appaiono a tutti, visto che le fotografie si diffondono dappertutto via web, ma come sono stati idealizzati dalla pubblicità, dal mercato, dalle squadre e dagli allenatori. A scopo di lucro, s’intende, cioè di obnubilamento collettivo, perché gli atleti, specie quelli che vincono, devono apparire sovrumani in tutto, anche nella bellezza, se vogliamo che il sistema consumistico che investe miliardi di euro ogni anno su questi nuovi Miti religiosi che hanno preso il posto delle Religioni rivelate (solo in Occidente, purtroppo...) continui a funzionare e a produrre profitti inutili e parassitari, dietro cui non c’è nessun bene concreto.
     Ma noi, sarà per il nostro pericoloso estetismo naturalistico, per la passione per i canoni di bellezza e armonia delle proporzioni che tra Antichità greco-romana e Rinascimento sono stati valori eccelsi della grande civiltà dell’Occidente; ma anche per l’ammirazione della naturalità del corpo umano in sé, che se lasciato a se stesso, cioè alla Natura dell’Uomo, è sempre bello (ideologia che ci fece scrivere da giovani una “Guida al Nudo”, come un baedecker alla riscoperta della nostra corporeità nascosta e umiliata dalle Chiese e dall’ottusità psicopatologica di alcuni Umani), continueremo a far notare la stridente contraddizione che pochi notano, e nessuno denuncia.
      Gli Eroi e Dei di oggi, cioè gli atleti vincitori, sono fintamente, scandalosamente idealizzati nelle forme, proprio come nelle statue dell’arte classica. Ma mentre gli scultori greci e romani, perfino l’ultimo copista, riuscivano a dimostrare visivamente la bellezza e armonia della loro ricostruzione idealizzata di popoli tozzi, brutti e contadini, rotti a tutte le fatiche agricole, pastorali e militari, creando almeno delle opere d’arte eccelse del tutto avulse dalla realtà antropologica, ma appunto per questo eterne, i mistificatori degli eroi d’oggi (gli atleti) non creano nulla, ma si limitano a vietare che qualcuno dica che in una folla di semi-dei prefabbricati, tutti perfetti, tutti uguali, tutti artificialmente “belli”, sono numerosi i casi in cui davvero “il Re è nudo”, cioè brutto, sgraziato, deforme, goffo, troppo magro, perfino troppo grasso. Vizi imbarazzanti perfino per anonimi passanti in una qualsiasi città moderna, figuriamoci per la “elite del genere umano”, come viene considerata in modo enfatico dall’immaginario collettivo, specialmente giornalistico-giovanile, il mondo dello sport.
      La realtà, anche qui, è diversa: accanto a corpi eumorfici, anche se spesso anonimi, perfino nel mondo degli atleti, da quando esiste documentazione fotografica, una consistente percentuale è davvero disarmonica in confronto alle testimonianze di bellezza e armonia lasciateci dagli artisti del passato (v. foto di confronto). E lasciamo stare le facce, che pure sarebbero un divertente capitolo a sé, ma proprio nello sviluppo e nella proporzione di arti e muscoli su cui dovrebbe basarsi la stessa attività sportiva. Colpa di fattori genetici d’una ancora troppo recente civiltà contadina (e cioè paradossalmente poco sport e poca vita sana nelle ultime generazioni), oppure troppo sport (p.es. allenamenti esagerati e inumani fin dalla prima adolescenza, tali da deviare perfino lo sviluppo somatico)? Probabilmente non sarà né per l’uno né per l’altro.
      Allarma anche nello sport, specialmente in quello dilettantistico, questa divaricazione tra l’essere e il sembrare che è comune in tutte le attività, dalla politica alla cultura. Sembrava che almeno nell’esercizio fisico il corpo umano dicesse di primo acchito la verità, tutta la verità. Ma così non è. Cosicché alcuni sportivi, a guardarli o “non hanno il fisico” o ce l’hanno fin troppo: deformato, ridicolo. Pochi in proporzione, è vero, ma è una percentuale (5-10-20%?) che allarma. Neanche più dello sport ci si può fidare se si guarda alla bellezza, all’armonioso sviluppo del corpo.
      Fatto sta che certe gare non sono proprio un bel vedere. Galli da combattimento, tori da corrida, comunque animali d’allevamento dalle forme spesso sgraziate. O sembrano gobbi e curvi sotto il peso di abnormi muscoli delle spalle come certi nuotatori, oppure magrissimi e tutti tendini come fondisti e maratoneti (ecco perché gli Etiopici si trovano a loro agio), o altrimenti grotteschi perché gonfi di pettorali, bicipiti o quadricipiti. Ma altri, e non pochi, li prenderesti per gente qualunque, impiegati sedentari, pensionati-baby tutti poltrona-e-tv, già calvi o stempiati, insomma gente dall’aria anzianotta, per niente “sportiva”, a cui magari chi li incontra per caso senza sapere che sono Olimpionici consiglierebbe di «fare almeno un po’ di moto, se proprio non ce la fanno con lo sport», ma soprattutto di «stare a dieta per un paio d’anni»!
      Fatto sta che una semplice carrellata a caso tra le immagini reperibili sui giornali e su internet ci mostra un grado meravigliosamente alto di variabilità e diversità somatiche dei nuovi semi-dei che sono gli atleti, in totale discontinuità con l’idealizzazione della statuaria greco-romana.
     Atleti di ieri e di oggi scelti a caso, le cui immagini si trovano su internet, ai quali, sia ben chiaro, deve andare tutto il nostro e l’altrui rispetto, e perfino amore, sì, perché rappresentano quella piccola parte degli uomini che potrebbe vivere senza fatica come tutti, e invece pur di raggiungere l’ideale dell’eccellenza cerca nell’esercizio fisico, nell’intelligenza del corpo, nel superamento del dolore, il riscatto di una triste umanità pigra e sedentaria, indifferente a qualunque merito.

AGGIORNATO IL 17 AGOSTO 2016

25 luglio 2016

L’ABC del polemista. Come sparlare proprio di tutti senza essere querelati.

Chi dei due nella foto accanto è il più scemo? Ammettetelo, tutti direste quello a sinistra. In base a una vulgata fisiognomica irresistibile quanto infondata, perché sull’aspetto di un viso agiscono elementi complessi e imponderabili come genetica, dieta, stile di vita, raggi ultravioletti ecc.. E invece, pare che lo sia quello a destra, a parere di molti, compreso il signore a sinistra, che mi dicono essere un noto regista e opinionista americano, tale Moore; mentre l'altro è Trump, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America. Sempre per l'effetto ingannatorio delle foto, in questo caso di volta in volta amplificatoo dall’uso del parrucchino o dai capelli biondi tinti (non in questa foto, però). Anche la fisiognomica ha i suoi punti deboli.
      Be', questo Michael Moore, che i media Usa presentano come “vincitore di Oscar”, prima su Huffington Post (Usa) e ora in un articolo sull’italiano Huffington Post, per definire Trump (che secondo lui, purtroppo vincerà, le elezioni per la Presidenza, e sarà una catastrofe mondiale), usa parole gravissime e offensive come "miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio" e perfino "sociopatico" – disturbo della personalità tra anarchismo e asocialità – parole che io mi limiterei a pensare o al massimo direi solo tra amici fidati, ma mai oserei mai scrivere, perché dette in pubblico costituiscono reato. Ovunque e su qualsiasi mezzo: Facebook, internet, radio-tv, giornali, e perfino in un bar. Cautele eccessive? Non direi. Una corretta ecologia del linguaggio deve essere la base dell’etica o meglio del “diritto quotidiano” liberale, fondato sul rispetto formale assoluto. Infatti io che sono un polemista e critico nato, e quindi pungolo, critico, fustigo e sparlo di tutti su qualunque tema, dalla politica al jazz, dall'alimentazione al costume, però sempre fornendo prove e usando parole adatte, non ho mai avuto una querela.
      Basta conoscere bene la lingua e scegliere per le invettive più volgari le parole più raffinate e colte (tra l'altro divertendoti un mondo in questo esercizio acrobatico di eufemismo), ed ecco che, se anche qualche masochista ti querelasse, il giudice ammirato dalla tua competenza linguistica che aggira la legge, scenderebbe dalla cattedra a stringerti la mano, altro che condannarti!
      Dunque, questo Trump, se i giornalisti americani riferiscono il vero [cautela fondamentale in Diritto], sarebbe un personaggio circense [da circo, non è offensivo: nel circo ci sono gli artisti], un giocoliere della parola, che non si sa se [solita cautela] è o recita da cinico totale [dare invece del "cinico" tout court a uno è reato, secondo Cassazione], un attore puro, un istrione [si può dire: attore che ricorre a trucchi e facili effetti scenici: lo sono molti politici, lo era anche Pannella], uno che sembra ignorare tutto sia della Storia, sia degli obblighi nazionali e internazionali della Politica [ecco una bella frase al posto dell'insulto "ignorante"], forse uno che ha anche poche idee e confuse, ma, quel che è peggio, segue opportunisticamente le imbeccate della platea più becera e ottusa ["platea" è termine vago e generico: si può dire].
      Certo, bisogna studiare molto...:-) e ci vogliono molte più parole per evitare le querele!
      E questo Trump, che rischia davvero di diventare (e un brivido corre per la schiena) il prossimo Presidente del più importante Paese al Mondo? Ebbene, sì, avrei paura, ho paura, con un tipo del genere per quel ruolo. Mi sembra inadatto perfino per fare il Sindaco di un villaggio di montagna.
      E che dire, infine, di questa democrazia ottusa e populistica che ormai in tutto l’Occidente e nei pochi Paesi occidentalizzati d’Oriente (gli altri neanche hanno la democrazia e sono ancora al Medioevo dei Satrapi e Califfi) sceglie sempre i peggiori?  Non sarà il caso di riformarla alla luce della meritocrazia intellettuale e di sane regole liberali?
      Come? Per esempio con una selezione più severa delle candidature e delle presentazioni delle liste. Non possono continuare ad essere così aperte in teoria a chiunque, a qualsiasi cialtrone ignorante, a qualsiasi estremista irresponsabile. Vediamo che dappertutto questi personaggi inquietanti ottengono più voti, perché piaccio ai loro simili, cioè attirano il popolo più becero. Popolo ignorante e ottuso, si badi, che oggi può votare, mentre ieri, per esempio ai tempi delle Dichiarazioni d’Indipendenza tra Settecento e Ottocento, come anche dell’Unità d’Italia [che oggi non sarebbe più possibile, con questa Democrazia]. Perciò, è inutile ricorrere a giri di parole ipocriti: ci vogliono filtri, esami, un minimo di selezione preventiva, insomma regole ferree su Statuti e Programmi. 
      Per dirne una, se io – liberale doc – fossi stato Ministro dell’Interno, la presentazione alle elezioni del Movimento 5 Stelle e anche di altri Partiti sarebbe stata rigettata, per inesistenza di uno Statuto e di regole e prassi interne democratiche. Ed ecco che il fenomeno Grillo si sarebbe sciolto subito come neve al sole. E’ quello che darebbe bastato fare, se la classe politica pseudo-liberale prefascista di Facta e altri non fosse stata pessima (non basta essere imbelli, senza idee e senza la minima forza, per definirsi “liberali”), per evitare semplicemente, e senza troppe conseguenze, il Fascismo. Prevenire, anziché reprimere.
      Dopotutto si fanno esami severi per qualunque professione; perché non per la professione più delicata e importante di tutte, quella che maneggia i soldi, i destini, le vite di milioni di persone? E’ urgente la revisione della Democrazia.

AGGIORNATO IL 13 AGOSTO 2016

04 luglio 2016

LAND ART e stupidità di massa. La folla snob sul pontile di Christo sul lago d’Iseo.

E le migliaia di imbecilli che hanno fatto la fila, dopo aver addirittura viaggiato in auto o in treno, e perfino alloggiato in albergo e, ovviamente, aver affollato anche i locali ristoranti, per essere i primi a stare tutti insieme su un banale pontile gallegiante dipinto di giallo ocra (il colore: ecco l'unica originalità) sul pelo dell’acqua del lago d’Iseo?
      Ditemelo in un orecchio, sù, secondo voi che cosa pensavano di provare i 55 mila deboli di mente? Spero che nella calca, almeno si sia verificato anche, paradossalmente, qualcosa di razionale e intelligente, fosse pure criminale, come scippi, rapine, stupri, o qualsiasi altro delitto a sfondo economico o sessuale, in modo da far rientrare comunque l’evento nella media della normalità della sennattezza umana. Ma se no, la stolida camminata dei provincialotti su un pontile sul lago è proprio la cretinata del secolo, altro che “evento epocale”.
      Un bellissimo panorama devastato e umiliato per 16 giorni. Un'azione diseducativa, perché dà il cattivo esempio mostrando a tutti, giovani compresi, che la sopraffazione della Natura da parte dell'uomo è ancor oggi premiata, addirittura lodata e celebrata su tutti i giornali (ecco, a caso, uno dei più seri) e le tv, sulla cui complicità di passivi ripetitori si perfeziona sempre ogni speculazione ai danni della massa da parte dei soliti furbacchioni (politici, artisti, finanzieri-economisti ecc). Diseducativa anche perché dà l'idea che chiunque impunemente possa fare qualsiasi cosa di un lago, di un fiume, di uno specchio di mare, di un bosco, di un prato, di un pezzo di Natura; come pure di grandi opera d’arte e famosi monumenti storici, ricchi di ben altri valori e significati.
       E anche questo Christo, lo stesso che si è distinto per decenni per aver stupidamente ricoperto di plastica monumenti interi, scogliere, palazzi storici, mura antiche (a Roma toccò alle Mura Aureliane di Porta Pinciana di essere incellofanate nel 1974), come il precedente, dovrebbe smetterla di fare miracoli finti, a cui del resto non crede nessuno, se non dei minus habentes. Il pontile così lungo è autoportante? Se il primo esaltato camminava sulle acque di una pozzanghera estiva, il secondo evidentemente – poiché i miracoli non esistono, e un pontile galleggiante senza ancoraggi sarebbe pericoloso – ha nascosto sotto il pontile migliaia di tiranti collegati a centinaia di possenti pesi adagiati sul fondale.
      Sulla macchinosità di un impianto del genere e sui possibili danni si veda l'articolo dettagliato del climatologo Luca Mercalli, che rivela l'uso di ben 220.000 cubi di polietilene (materiale molto difficilmente smaltibile e riciclabile a evento terminato), 200 pesanti ancore sul fondo, 220.000 perni, 37.000 metri di tiranti. Quindi anche la scienza, oltre alla critica d'arte (Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio), che parla, per usare nostri termini, di "autoreferenzialità" vuota, insomma di banale auto-promozione narcisistica da parte dell'Autore) è contraria: l'offesa al Paesaggio e i danni al fondale e all'ambiente circostanze, fosse pure per il picco di antropizzazione improvvisa in una zona ancora relativamente vergine e per il vertiginoso aumento di rifiuti, sono di molto superiori ai piccoli vantaggi della provocazione "artistica".
       E qui ti voglio. Per molto meno un ristorante o un sub passano guai seri per devastazione di cose e danni all’ecosistema (in questo caso soprattutto piante e animali lacustri). E invece non mi risulta che i Verdi, i Rossi, i Blu o i Viola si siano opposti, e neanche Italie Nostre, Vostre e Loro. E la Procura della Repubblica competente? In altre sedi le Procure sono interessate perfino agli scontrini di una cena pagata da un Sindaco.
      Qui invece ci potrebbero essere danni ambientali a flora e fauna, e nessun magistrato indaga, a quanto si sa dai giornali. Almeno per accertare "che non ci siano" reati ambientali, vista la vasta estensione dell'intervento in un ambiente ecologicamente delicatissimo come il lago d'Iseo. Dove sicuramente se io domani mi avventuro con un barchino a pescare con la lenza o la rete a strascico, sono inseguito a sirene spiegate da una motovedetta e severamente multato (con sequestro del barchino)... E' giusto tutto ciò? No.
      E bisogna prendere provvedimenti contro chi si è reso corresponsabile di un evento così... avventato, e dei mancati controlli o divieti. Anzi, ci piacerebbe curiosare nel contratto: è stato previsto l’obbligo di ripristinare perfettamente i fondali del lago? O gli eventuali ancoraggi resteranno in acqua? E come faranno a controllarlo? Strano, ma di questi aspetti basilari nessuno dei tanti cronisti del menga gettatisi sull’«eccezionale evento» fa il minimo cenno, a quanto ho letto.
      Siamo contrarissimi a queste cretinate pseudo-artistiche, vere e proprie violenze ottuse e provinciali alla Natura e al Paesaggio geografico e storico. Americanate che un tempo, forse, sarebbero andate bene nel Texas (su un lago finto) per meravigliare i grassi abitanti del luogo tra un hamburger e l’altro. Questo Christo (pessimo nomen omen, che già dice tutto) dovrebbe riportare anche i fondali del lago esattamente allo stato in cui erano. Ecco che cosa avremmo preteso - con controlli severissimi anche successivi - già nei preliminari del contratto. E già, forse il popolo bruto e infantile che ora si accalca e fa la fila, non lo sa, ma ci vogliono gli ancoraggi sul fondale per sostenere questa cretinata. Ripristinerà tutto per bene? E chi andrà a controllare i fondali metro per metro? E i danni alla fauna e alla flora acquatica? Anzi, queste cautele gli sono state chieste? Come mai nessuno dei tanti stupidi cronisti che hanno trattato l'argomento ne ha parlato, a quanto ho letto? Eppure è un "particolare" che andava detto già nelle prime righe di ogni articolo o servizio tv. E gli Enti preposti alla tutela del Paesaggio che dicono? Tutta la faccenda è davvero terribilmente provinciale e sottoculturale: pour épater les bourgeois. L'Italia ha ben altro e non ha bisogno di queste cosucce adatte a chi non ha nulla di notevole.
      Ci piacciono i laghi, più del mare, ma i laghi intelligenti, non stupidi. L’Iseo (che abbiamo messo nella lista nera, e sarà privato per saecula saeculorim della nostra presenza)?
      E poi basta con queste americanate sottoculturali, buone per i Paesi che non hanno niente, né Natura bella, né arte, né buon cibo, e devono inventarsi tutto. Per loro una sciocchezza del genere è oro turistico; chissà quanti gonzi, grassi di "hamburger & chips" ci cascano. Ma in Italia uno come Christo, non dovrebbe neanche essere invitato, ed è gravissimo che invece abbia trovato quei finanziamenti che non si trovano per la tutela della nostra grande Arte e della Natura, laghi compresi. E se l'artista bulgaro è convinto nel suo delirio di onnipotenza di essere un nuovo Leonardo, qualcuno gli riveli in un orecchio che il Re è Nudo, cioè che non è proprio nessuno, ma il solito furbo levantino che ha trovato il modo di sbarcare il lunario a spese dei tanti uomini stupidi della società di massa, secondo quel meccanismo truffaldino inventato in Paesi che hanno poca Storia, poca Arte e talvolta perfino poca Natura, e così le devono “inventare” oggi, su due piedi, e a pagamento s’intende. A carico dei citrulli, com’è giusto.
     E i costi? Altro che bearsi per il "biglietto gratuito", il solito specchietto per le allodole, in questo caso per gli allocchi. Ora, troppo tardi, giornali e pseudo-enti di protezione o ambientalisti "scoprono" quello che avevamo denunciato per primi su Facebook: che l'opera ha avuto un costo pazzesco, a carico della collettività, altro che "tutto a carico dell'Autore". Almeno 2 milioni di euro li pagheranno i cittadini. «L'installazione della passerella era a carico della società The Floating Piers [che fa capo all’artista, NdR], ma i servizi sanitari, la vigilanza e i trasporti sono toccati a Regione Lombardia ed enti locali». Comprese «due settimane di caos, ritardi e rincari». Dopo disservizi logistici per gli abitanti dei Comuni interessati, in seguito a una denuncia del Codacons, ora sta indagando la Corte dei Conti per valutare gli eventuali danni economici per la collettività.

AGGIORNATO IL 17 AGOSTO 2016

18 aprile 2016

CANTO JAZZ. Ugole d’oro o d’ottone? Dal blues o più spesso dalla musica pop.

QUELLE UGOLE D’OTTONE
Il problema se il canto sia davvero compatibile col jazz o non appartenga piuttosto alla musica leggera» non è stato ancora risolto. Vogliamo parlarne ancora?
di Nico Valerio, Musica Jazz, giugno 1974

Qualche critico si spellava le mani per applaudire la bella cantante Karin Krog, impietosamente e forse ingiustamente fischiata dai ragazzotti urlanti del Palazzo dello sport di Bergamo, nell'ultima sera del festival. Noi eravamo tra questi. Più che giusto, del resto: si trattava di contrastare sportivamente i goliardici « crucifige » di una platea giovanissima e acritica, di neofiti per lo più, proveniente da quella periferia culturale che non sa di avere i propri modelli estetici nei sottoprodotti dell'industria musicale, e in base a questi « giudica e manda ».
      Ma quando si passa al discorso critico, anzi quando si cerca una relazione tra un elemento musicale rilevante come il canto e il diagramma storico-stilistico del jazz, la prospettiva cambia; il procedimento rigoroso porta a conclusioni drastiche, impietose
Non è il caso, certo, di annunciare qui «ex cathedra», che l'elemento vocale non appartiene alla corrente centrale della tradizione jazz, o almeno ne è uno dei tanti elementi confluenti o paralleli. Questa è infatti la mia opinione radicata, meditata, più volte confrontata con i fatti e la tradizione. Solo vorrei lanciare in questa sede, come si usa dire, un'amichevole sfida alla critica e ai cultori più accorti del jazz. Mi dimostrino intanto - dati storico-stilistici alla mano e con un'analisi sufficientemente plausibile - il contrario, cioè che l'elemento vocale ha stilisticamente influito sulla maturazione del jazz, invece di esserne stato un modesto e passivo tributario. Da parte mia, non sarò così cattivo critico e così poco gentleman da scaricare sugli eventuali contraddittori l'onere della prova. Mi limito per ora a qualche considerazione che dovrebbe circoscrivere l'ambito della discussione; a qualche frase polemica e discutibile tanto per invogliare a scendere in campo. L'ingrato compito, insomma, del provocatore.
      L'argomento è d'attualità, dopotutto. Più volte càpita di dover rispondere imbarazzati alle domande di amici e consanguinei di vario grado e varia capacità dialettica, per niente addentro nei fatti del jazz. «Ella Fitzgerald canta jazz o musica leggera?», chiede con un soave sorriso la nostra cara amica, non sapendo di procurarci una fitta lacerante. Inutile fare i furbi: una risposta esauriente va data entro due-cinque secondi, se non si vuoi perdere la faccia. Qual è allora il ruolo dell'elemento vocale nel jazz?
      La riscoperta di molti nomi del blues (basti pensare al festival-kermesse di Montreux dell'estate scorsa), la perenne fioritura in America del vecchio ceppo del rhythm & blues, così comune ora anche nella musica commerciale europea, il rinnovato interesse attorno alla figura di Billie Holiday innescato dal film di Diana Ross; diversi fattori insomma hanno convogliato l'attenzione del grosso pubblico sull'intera gamma dei modi vocali di derivazione afro-americana. E' il momento di proporre, perciò, un'analisi delle interazioni stilistiche tra elemento vocale ed elemento strumentale del jazz, tanto più che si tratta di un settore quasi dimenticato dalla critica.
      La strada si presenta subito irta di definizioni paradossali come i responsi della Pizia. «Se è vero che tutto il jazz deriva dalla musica cantata - ha detto il critico tedesco Joachim Berendt (un Berendt travestito da Zarathustra) - è anche vero che tutto il canto jazz deriva dalla musica strumentale» (1). Una definizione esemplare.        
Attenti però, specie i distratti, a non cadere nel perfido “craque-tete": c'è una bella differenza tra quella vaga «musica cantata» e uno stilisticamente inequivocabile «canto jazz». Quest'ultimo termine presuppone già un'organica e matura espressione musicale, una forma in qualche modo «d'arte».
      Canti e vocalismi rurali pre-jazzistici e jazzistici, come work song e field hollers, shouts, spirituals e blues arcaico - alcuni individuali, altri collettivi; alcuni intonati «a cappella», altri con accompagnamento strumentale di chitarra o di percussioni, sono ingredienti cospicui di quel pot-pourri in cui fermentò il jazz. Eppure, persa in epoca «storica» la loro individualità di espressioni culturali antropologiche, nel momento in cui si risolveranno in una compiuta «musica d'arte» (siamo arrivati al punto che debbo scusarmi per questo termine), quelle antiche forme vocali hanno finito per interessare al più l'etnomusicologo, non certo il musicologo o il critico, che cercano musica viva.
      Dal folclore, per di più remoto e aleatorio, ad una forma d'arte musícale matura, generalizzata nell'uso e compresa in tutto il mondo, come accade oggi - in una sola parola, alla tanto vituperata Kultur - il passaggio non è stato breve e conserva vaste zone d'ombra. Sta di fatto che soltanto il blues, unica ingombrante eccezione, resta, sia pure in declino, un genere vocale autonomo, pur avendo costituito fin dall'inizio - com'è arcinoto - un notevole elemento tematico-struttura1e della nuova musica, anzi la sua vera «anima negra» («tutto il blues è jazz, ma non tutto il jazz è blues» recitano gli scolari d'asilo).
      Come mai? Evidentemente perchè dotato - a differenza di altre forme vocali - di consistenza espressiva aútonoma, di più rigidi schemi formali e della tipica astrazione artistica che ne hanno permesso (se è lecito ragionare in termini di... darwinismo musicale) la sopravvivenza fino ai giorni nostri. Non a caso solo il blues tra le espressioni vocali prejazzistiche e jazzistiche ha toccato i vertici di un'arte raffinata che in Europa trova riscontro forse solo nella tradizione dei Lieder, pur continuando ad ispirare in epoca recente l'anima negra del «rivoluzionario» Parker e oggi perfino di un Archie Shepp.
      Restringere per ora il discorso alle forme non blues non cambia però i termini dell'analisi. E' un fatto che in epoca storica, cioè da almeno ottanta-novanta anni (ovvero dalla «civiltà dei rulli di pianola» o «del ragtime«, come dirà qualche antropologo del futuro) il jazz ha sempre privilegiato il momento collettivo-strumentale a scapito di quello individualc-vocale, come l'unico (ecco l'a posteriori storico) evidentemente in grado di garantirgli una certa coesione e quindi la sopravvivenza.
      Sarebbe certo interessante analizzare le ragioni ambientali e anche economiche di quella decisa e misteriosa «scelta strumentale». Un «giallo» storico in piena regola, che andrebbe svelato con l'aiuto di matrici rare, di documenti e giornali locali, locandine e magari qualche spartito mangiato dalle tarme. Quello che ad ogni. modo si poteva constatare fin dai primi anni venti era che il sound degli strumenti a fiato costituiva già il modello estetico della nuova musica, l'ideale a cui doveva conformarsi anche il vocalista jazz.
      L'uomo del jazz era non a caso idealizzato nel musicista di tromba - nel caso particolare: Bix Beiderbecke - nel romanzo Young Man With A Horn della Dorothy Baker, uscito nel '38; la stessa identificazione letteraria del jazzista col suonatore di fiati è nel Grande Gatsby di Scott Fitzgerald del '25, dove una strana «cantante di jazz con voce di contralto» nella scena del party di Gatsby fa una ben magra figura. Nei romanzi di Kerouac, poi, l'interpretazione strumentistica del jazz («Io voglio essere considerato un sassofonista jazz che esegue 242 chorus ... ») (2) è talmente ricorrente e determinante ai fini narrativi da assumere il ruolo di un leit motiv. Solo in The Jazz Singer del '27, il primo film sonoro, quest'identificazione non viene proposta; ma si fa presto ad accorgersi che il protagonista, il cantante-attore Al Jolson, è un bianco con un patetico faccione annerito di nerofumo e con le labbra sporche di biacca e che le melensaggini che canta tutto sono fuorché jazz. Sull'elemento vocale del jazz, infatti, grava fin dall'origine il sospetto-certezza della mistificazione.
      Certo, la condizione di minorità del cosiddetto “canto jazz” rispetto alla tradizione strumentistica è stata favorita dalla separazione tra il momento conviviale o d'intrattenimento (tutto sommato episodico, checché se ne dica) e l'esecuzione in funzione di un fine d'arte più o meno consapevole. Capitava che un leader d'orchestra e perfino un musicista-cantante come Armstrong riservassero alla ballroom il maggior numero di brani cantati, per presentarsi in sala d'incisione con brani per lo più strumentali, i migliori. A questo si deve se la maggior parte dei capolavori appartiene al genere rigorosamente strumentale o con scarni refrain vocali di tipo "scat". Inutile cercare brani vocali nelle prime matrici della Victor, i celebri Livery Stable Blues e Dixie Jass Band. One-Step della ODJB, del '17: eppure doveva trattarsi di cosette molto vendibili, se non altro
per il «lancio» della nuova musica.
Non deve meravigliare perciò che l'elemento vocale sia stato relegato tra i motivi episodici e sia risultato assente da tutti i momenti cruciali dell'evoluzione del jazz: quando la musica evolveva da polifonia bandistica a struttura "plastica" dominata dagli assoli (Oliver-Armstrong), nei brillanti arrangiamenti e nella scoperta dell'effetto dinamico dell'alternarsi delle sezioni (Fletcher Henderson), o nell'elaborata scrittura d'arte «ad personam» di Ellington, dove le vocalizzazioni di Adelaide Hall e Kai Davis occupano una posizione di contrasto, quasi mai felice. Del resto «il canto venne alla ribalta quando lo Swing tramontò», scrive significativamente l'Ulanov (3), un episodio di crisi, comprensibile nella stasi creativa e stilistica degli anni successivi alla grande depressione» del '29, se è vero che un cantante, occupando da solo diverse misure e monopolizzando l'attenzione dei ballerini, permetteva di far qualche economia sull'organico.
      Ma è un fatto (le testimonianze al riguardo sono concordi) che perfino nella cosiddetta «Era dello Swing», in piena commercializzazione del jazz ad opera dell'industria musicale, l'opinione prevalente era che i cantanti «rubavano solo del tempo prezioso alle orchestre e rendevano nervosi gli appassionati di jazz», (4). Per avere un passabile cantante, poi, bisognerà arrivare addirittura agli anni Trenta, alla Mildred Bailey (guarda caso, una cantante non di colore), quando ormai l'evoluzione del jazz in una musica che alternava riffs di sezioni agli insiemi è ai chorus solistici, tutti strumentali, era segnata.
      Non parliamo poi della rivoluzione del bop o quella più recente del free. Non risulta - a meno di voler dare importanza agli scherzi di Gillespie (in ogni caso posteriori e nei limiti dello scat) che il Minton's fosse frequentato con successo da ugole jazz, sia pure di « carta vetrata »: le uniche erano quelle dei fanatici suiveurs che incitavano con coloriti "yeah" gli strumentisti sulla pedana, mentre non tolleravano per esempio che gli avventori occasionali disturbassero con rumori di sorta. Nel dopoguerra del resto i tempi più bui per il jazz furono quelli in cui il facile pubblico americano e alcuni critici promossero Chet Baker e Sinatra «migliori cantanti di jazz»! 
      Di oggi non conviene parlare: mal gliene incoglierebbe al cantante che osasse calcare le pedane del jazz, pensate un po', nei gruppi che hanno riscoperto l'hard bop più energico e corposo. Perfino il Duca è stato fischiato a Berlino e a.Bologna, lo scorso anno, per colpa di un melenso cantante sweet, alla Mino Reitano.
      Come se non bastasse, le possibilità di successo per questa strana categoria di musicisti che nessuno vuole sono sempre state minime, con buona pace di quel critico italiano, noto per considerare il jazz una « musica leggera ». legata alle mode e al momento dell'entertainment, come dichiara onestamente (5). Il jazz è stato invece così poco legato al momento dell'entertainment e così immediatamente proteso verso una visuale «d'arte», che i rari momenti d'abbandono «leggero» sono segnati a dito nelle storie e dagli appassionati. Bix Beiderbecke si recava a piedi nei locali di State Street pur di ascoltare Armstrong, e lo stesso hanno sempre fatto i cultori di jazz con i loro beniamini, perchè sentivano che si trattava di cosa diversa dalla «musica di consumo».
C'è qualcuno che crede onestamente che se la musica negro-americana fosse sempre servita da background sonoro per le gesta gastronomiche degli avventori dei bar, o per quelle erotiche delle molte «Mary La Rossa», sarebbe arrivata fino a noi come «la più notevole forma d'arte musicale del secolo XX»? Naturalmente parlo del filone centrale, che, come tutti sanno, si sviluppava in luoghi privilegiati, segreti ai più, certo chiusi al turisti; quella mainstream stilistica che doveva assicurare vita, evoluzione e maturazione ad una musica così ricca e complessa. Ma non è questo il punto: i Brandeburghesi di Bach e molte cose di Mozart stanno a indicare il livello artistico che certa musica "convivia1e" o “su ordinaziorie" può raggiungere nella scuola europea.
      Questo, paradossalmente, è molto più difficile per il jazz, che pure avrebbe prosperato - come raccontano le guide per teen-agers - accanto alle alcove disfatte o negli speak-easies o nei café-restaurants. Non fa pensare, allora, questa significativa impotenza artistica del canto jazz?
      Altro che «ugole d'oro» riverite come i cantanti wagneriani, piuttosto ugole d'ottone al pari di cornette e sassofoni, se tutto va bene. Con che guadagno poi? Le difficoltà teoricamente sono paurose. Non solo la necessità d'imitare il tipico fraseggio degli strumenti a fiato – Mingus [No, era Slam Stewart, NdA] però inaugurò un modo incisivo di accompagnare con la voce il contrabbasso – ma l'intonazione, sempre problematica non essendo l'ugola uno "strumento" temperato, intervalli poco usuali, trilli e dissonanze, l'impossibilità a spiegarsi all'artificiale cromatismo, l'obbligo di tener d'occhio gli assoli degli strumenti e di uniformarsi alle armonie del piano e del contrabbàsso; tutti elementi che spiegano l'aleatorietà della resa artistica e la minore praticabilità del canto jazz.
      Un bilancio non del tutta negativo solo se si pensa che l'adattamento ha alimentato la geniale «maniera» del canto scat, dal superbo Armstrong degli anni Venti a Cab Calloway, a Gillespie, in cui le sillabazioni ritmiche («oo-pop-a-da», «pa-pa de-da» ecc.) condite dei più vari colori timbrici, con prevalenza dei dirty e degli effetti di sordina, superano talvolta per scioltezza di fraseggio ed espressività gli stessi modelli strumentali (6). Ruolo ingrato, però, quello del solista vocale: «Vocalista» più che cantante - la diversità dei valori semantici di blues singer e jazz vocalist è eloquente legato a filo doppio alla logica di una tecnica che non è quella naturale della propria voce.
Un ruolo sussidiario, «non incompatibile» con i canoni estetici del jazz solo nella misura in cui - per uno strano paradosso - l'elemento vocale arriva a perdere i propri connotati di voce umana. Come meravigliarsi allora di questa dipendenza stilistica? Per questo solo tre o quattro sono stati i vocalisti degni di tale nome, e ancor oggi i cultori di jazz, solo a sentir parlare di canto, storcono la bocca. Soltanto il blues, quello vero non l'imitazione commerciale, può a ragione definirsi "la voce del jazz".
      L'altro versante, quella più prossimo delle ballads e dei songs, viene generalmente toccato quando si parla della grande Billie Holiday, che come quasi tutti i vocalisti di jazz noti era non a caso fuori della corrente del blues (mentre i grandi cantanti blues erano sconosciuti) (7). E' un versante pericoloso, a strapiombo sulla palude della canzone commerciale; ma vale la pena di risalirlo se si è sicuri di trovare dall'altra parte le qualità timbriche, l'intonazione e il tipico fraseggio della buona voce strumentale. Ed è appunto il caso, unico, di Lady Day. Una felice eccezione (8). NICO VALERIO

1. Joachim. Berendt, Das Jazzbuch (trad. it.: Il libro del jazz, Garzanti, Milano 1973, pag. 306).
2. Dal libro di versi Mexico City Blues; ma v. anche On The Road e il poco conosciuto Doctor Sax.
3. Barry Ulanov, Storia del jazz in America, Einaudi, Torino, 1965. p. 227.
4. Ibidem.
5. Lo spunto per questo articolo è venuto proprio da un accalorato scambio di opinioni col critico in questione, l'amico Umberto Santucci, il quale sostiene - come, è noto - idee diametralmente opposte.
6. « Il canto scat costituisce la possibilità più intensa del canto jazz al di fuori del blues». Proprio perchè « è la tecnica canora che permette a un cantante di avvicinarsi maggiormente all'ideale strumentale», scrive con la consueta chiarezza il Berendt (Op. cit., pag. 318).
7. Joachim Berendt, op. cit., p. 307.

8. Un esempio a caso, tra mille, di come il cantante (anzi, più correttamente bisognerebbe limitarsi a dire “vocalist”) possa rovinare un brano jazz, può essere Sunset Cafe Stomp, un brano di Louis Armstrong con i suoi Hot Five (16 novembre 1926). La sgangherata e sgraziata voce potrebbe essere quella di May Alix, ma alcuni suppongono che di lei sarebbe rimasto registrato il nome solo in quanto autrice dei versi [N.d.A. aggiunta oggi per la pubblicazione sul web].

IMMAGINI. Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong (dis. di Gil.Gibli), Bessie Smith, Sarah Vaughan (copertina disco), Cantante di jazz con orchestra (acquerello di Lobenberg, part.), Cab Calloway (locandina spettacolo), Mildred Bailey (copertina disco), Anita O'Day (dis. di Cabu), Jimmy Rushing, Al Lolson (locandina del film "Jazz Singer"), la norvegese Karin Krog conosciuta al festival di Bergamo nel 1974.

AGGIORNATO IL 12 MAGGIO 2016