25 febbraio 2014

HOMO NOVUS. Renzi con le mani in tasca. Populista buono dopo tanti cattivi?

Renzi mani in tasca al Senato (Ansa-Brambatti).picc Il fiorentino Matteo Renzi è il politico giovane dalla carriera più veloce e travolgente degli ultimi decenni, e forse di tutta la storia della Repubblica. Rappresenta in questo senso la novità più imprevista nella lunga galleria di ritratti politici degli ultimi anni.

Dopo le “ere” di Berlusconi e Bossi, e ora l’esplosione del movimento di Grillo (che però, altro che “homo novus”, è un vecchio, ed è presente sulla “scena” dello spettacolo e ora della politica-spettacolo da decenni), Renzi segna una discontinuità perfino con quei tre caporioni. Non ha fondato un movimento proprio, ma fa parte di un grande partito, il Partito Democratico, non è parlamentare e comunque non ha fatto in tempo a vincere una competizione elettorale, come avrebbe voluto.

Eppure nuovissimo non è, perché ha fatto il presidente della Provincia e poi il Sindaco di Firenze. Neanche benissimo, se è per questo (a prestar fede alle malelingue fiorentine), perché si vedeva bene che gli orizzonti angusti della provincia non gli si attagliavano: aspirava a ben altro, mirava ben più in alto.

Si è presentato, dunque, col suo discorso programmatico in Senato, da tipico homo novus, fattosi da sé, e perfino con un cursus honorum modesto, quasi al di fuori del suo partito, visto che alle riunioni del PD lo hanno sempre visto poco e di sfuggita. Anche quella sembrava essere una giacchetta troppo stretta per lui.

Naturale, perciò, la diffidenza dei senatori.

Ambizioso, ambiziosissimo, sicuro di sé, veloce, provocatorio e strafottente come un diciottenne che si dice pronto a “cambiare il mondo”, questo neanche quarantenne è arrivato a essere nominato Capo del Governo dopo i due Governi deludenti di Monti e Letta. Noi, visto il personaggio, ancora una volta, come altri precedenti uomini politici populisti, fondato sul carisma e la simpatia popolare e non sulle idee o ideologie, ne abbiamo sempre diffidato. Ma la crisi è tale che il mercato della Politica non offre in Italia molte alternative, e ora è questo “giovane Renzi”, con le sue giovani e forse inesperte donne di Governo, che sta al centro della scena. Vediamo che cosa saprà fare, dopo tante parole. E sì, perché il proverbiale “scilinguagnolo” toscano, anche se sulle prime affascina e stordisce, non basta: ci vogliono i fatti, e anzi tanti più fatti pesanti quante più parole sono state spese per annunciarli.

E il suo discorso al Senato? Un buon discorso pieno di cose praticabili. Eravamo prevenuti, come si sa, e partivamo da un voto insufficiente: 5-. Ma Renzi ha avuto l’intelligenza di fare quello che sa fare e rappresentare bene: se stesso. Perciò ha fatto bene a porsi per quello che è, un estraneo alla Casta, un sindaco, un rappresentante locale dei cittadini che vede criticamente la Grande Politica. E da sottolineare anche i temi che in passato lui e anche gli altri avevano toccato poco: Europa politica e federalista (ha citato Spinelli), rilancio della scuola, priorità della cultura per un Paese dalla grande Storia come l’Italia, i diritti civili, perfino i limiti alle autonomie delle Regioni. Fino a ieri un vero e proprio tabù: tutti a prendersela con le innocue Province e nessuno con gli scandalosi centri di corruzione e di spreco di ricchezza che sono le Regioni. Bene: la loro legislazione esclusiva sarà complementata da quella dello Stato. Evviva.

Con lui, come si è visto dalle risposte puntuali, pugnaci e strafottenti alle beccate di Lega e Cinque Stelle dall'aula, quelle mezze figure di populisti a scopo puramente elettorale, capaci solo di dire no a tutto e a tutti, avranno un osso troppo duro per i loro denti. Sempreché Renzi non sia bloccato nei prossimi mesi dai veti incrociati di Partiti e Parlamento. Fatto sta che nessuno prima di lui aveva toccato le Regioni e l'Alta Burocrazia, nessuno in tempi recenti aveva messo la scuola, la cultura e il conflitto d’interessi al primo posto. Sarà carente in ambiente (però ha almeno sottolineato il problema idro-geologico), ma già solo per i temi detti, alla fine della seduta il nostro voto, pur con tutte le riserve sull'uomo e la sua psicologia, era salito a 7-.

Ma il bello lo ha dato il risvolto psicologico. Notevole davvero, per usare il filtro interpretativo della psicologia della comunicazione, il fatto che Renzi abbia fatto capire da mille segni di parlare sì al Senato, ma non ai Senatori, bensì ai cittadini italiani.

Sempre, in quello che diceva e in come lo diceva, c'è stata dualità tra se stesso, che chiaramente parlava a nome degli Italiani, e il Senato, questo corpo antico e anche ormai inutile (tanto che si appresta quasi a cancellarlo), della vecchia politica conservatrice.

Il Senato ha capito ed è apparso gelido, quasi irritato da tanta inusitata strafottenza (perfino il parlare a braccio, una cosa mai vista nel rituale discorso della fiducia, e addirittura spesso tenendo le mani in tasca!). Come se un estraneo alla Casta fosse penetrato nel Sancta Sanctorum del Potere.

In questo netto dualismo si muove Renzi. Dando a vedere che dopo i populisti cattivi Berlusconi, Bossi e Grillo, finalmente è arrivato il "populista buono", ragionevole, quello a cui non si può più dire di no. Una specie di vendicatore, dopo le razzie compiute dai banditi del lontano West. Gli basta un cavallo e una carabina, e poi farà tutto lui. Questo è ciò che il linguaggio dei segni ha mostrato secondo noi.

Renzi può piacere o no, e a noi sostanzialmente continua a non piacere, per la sua storia priva di ideologia (e poi viene dalla cultura cattolica DC, e la laicità dello Stato potrebbe per lui essere un elemento estraneo), per il suo stesso populismo carismatico (v. un nostro precedente articolo), per la sua personalità e il suo carattere, ma questo è un altro discorso. Qui si sta parlando del suo porsi dialettico verso le Istituzioni da riformare. Ebbene, lui si pone in alternativa evidente, smaccata, verso il Potere, rispettandolo, a differenza dei caporioni precedenti, ma promettendo di rivoltarlo come un calzino. Il semiologo televisivo Aldo Grasso in parte ci dà ragione (v. intervista sul sito online del Corriere della Sera).

Il problema è un altro, e risiede proprio nell’abbinamento pericolosissimo tra la sbrigatività estrema e la mancanza di teoria e ideologia. Vulgo: uno così è in teoria “capace di tutto”. Se mal governata, una miscela del genere può essere esplosiva e portare all’autoritarismo o addirittura a smembrare lo Stato italiano, a cominciare da organi e procedure di garanzia. Veloci sì, ma per fare che cosa? Questo è quello che preoccupa.

E dopo averlo visto al Governo per un po’ di mesi (molto scilinguagnolo, cioè parlantina, ma fatti pochi e su cose secondarie), perfino il moderatissimo direttore del Corriere della Sera è sbottato in un editoriale caustico. Un po’ di egocentrismo per un leader va pure bene – concede – ma se diventa autoreferenziale, cioè se la personalità è ipertrofica e vuole fare tutto lui contornandosi di mediocri che non gli facciano ombra, be’, allora siamo in pericolo, noi tutti con lui. Un “uomo solo al comando” è una formula che non solo fa danni, ma non funziona, e rivela anche una cultura  provinciale, aggiungiamo noi.

AGGIORNATO IL 25 SETTEMBRE 2014

JAZZ. Una bella sequenza di YouTube con ben 24 brani, uno più bello dell’altro incisi negli anni ‘50, che documenta il passaggio tra lo swing di Basie e il be-bop di Parker.

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